Così il Noris, nei suoi Cenotafi Pisani[1063] assicura che la parola caetera, ai tempi di Augusto, si scriveva senza il dittongo ae.


Ed il Lupi, parlando della mancanza di questa a[1064] dice: «Quod si ad inscriptiones provoces plenae sunt rei notissimae exemplis collectiones, Manutii, Lipsii, Gruterii, Bosii, Aringhii, Reinesii, Sponii, Fabretti, Malvasiae, Vignolii, Boldetti, Donii, Gorii, aliorumque». E prosegue[1065]: «Neque haec barbaries et neglectus ortographiae quod attinet ad diphtongos in christianis lapidibus tantum observatur.

Non solum tangit Atridas

Iste dolor.

Etiam Ethnici epitaphiographi: licet ut plurimum diligentiores epigrammatis suis, leges tamen exacte scribendi saepe sunt praetergressi».

E lo Zaccaria[1066] dice: «Questi (dittonghi) spesse fiate da negligenti scalpellini si tralasciavano».

Difatti, iscrizioni d’ogni età, d’ogni sorta, pagane e cristiane, hanno questa mancanza[1067].

Il difetto della c nella parola AVTORI, secondo, l’Heinrichio, il Ballhornio e il Bejero, non sarebbe un errore ma un’esattezza ortografica.

Ma questa è un’opinione loro speciale; io però che non ritengo il nostro quadratario per un dottore in filologia, seguo l’opinione più comune ed ammetto che la voce auctor s’abbia a scrivere con la c; anzi aggiungo che la mancanza di questa consonante in quel vocabolo è un errore.