Ma questa scorrezione è confacentissima al caso nostro; al caso, cioè, di un uomo del volgo, forse di un marmista che lavorava nell’Anfiteatro, il quale a sfogo dello sdegno da cui fu preso nel vedere condannato a morte il suo, dirò così, principale, mentre era degno di premio e di lode, scolpì sul marmo i suoi sentimenti nell’impeto dello sdegno, con quei modi e con quelle parole che erano usate comunemente dal volgo, come noi stessi spesso leggiamo negli scritti di gente idiota, gli stessi errori che pronunziano parlando. E questo fatto lo vediamo verificarsi anche a’ giorni nostri, e possiamo essere sicuri che ciò avvenne in tutti i tempi, non esclusi i più remoti, come ce l’insegna il Padre Marchi[1068] di ch. memoria.
L’altro errore, quello della m invece della d, può essere un errore grammaticale od anche di ortografia. Se grammaticale, non è questo il primo esempio del mascolino usato in luogo del neutro. Troviamo per es.: monumentus hic est[1069] e hic monumentus per hoc monumentum in lapidi antiche[1070]: collegius[1071], cubiculus, eum sepulchrum, hunc aedificium[1072]. Onde nel caso nostro, se si fosse usato il mascolino per il neutro non sarebbe cosa nuova, e non indicherebbe che la lapide è di tarda età.
Se poi si volesse considerare come errore ortografico, esempî di cambiamenti di lettere nelle lapidi antiche sono frequentissimi, senza che queste perdano punto della loro antichità. Chi di noi non sa, a mo’ d’esempio, quanto sia comune nelle lapidi la B in luogo della V, scambio che noi troviamo nelle lapidi non solo arcaiche ma anche in quelle dell’alto impero?
Parimenti fu uso comunissimo quello di usare la b per la p e viceversa. Così si legge pleps per plebs; collabsum per collapsum, sup per sub, ecc. Lo stesso si dica della d per la t, come v. g. si vede nei cenotafi pisani che sono dell’età augustea, e in lapidi dell’epoca degli Antonini; la e per la i e la i per la e; la m per la n; la q per la c (specialmente nelle lapidi napoletane); e così troviamo pure at fines per ad fines, set per sed, ed anche qui per quo, ecc.
Il segno d’abbrevazione sulla V, non può dirsi un errore, ma piuttosto un’eccezione ortografica: la quale però non basta a far dichiarare una lapide falsa o di bassa età.
Infatti, questo segno non è che un ripiego del quadratario, il quale, o lo fece perchè l’ultimo verso rimanga nel mezzo, o, e più probabilmente, perchè dimenticatosi d’incidere la M, e avvertitolo dopo aver inciso il resto, ricorse alla correzione solita a farsi in questi casi. E che questa correzione sia stata usata nelle epigrafi antiche ed in quelle d’età non bassa, lo deduco dalle parole del Morcelli[1073], sommo maestro in arte lapidaria. Egli dice che «caeterum haec emendationis causa assegnaveris ne mendum a scriptore ipso prodiis videatur». E che gli antichi, prima della decadenza, usassero questo segno lo vediamo in molte lapidi, e troviamo che precisamente sta in luogo della M. Così ad es. in honore, Deoru, Olla, Eoru, Foebu, libertu, agne, memoria, parentu, maloru, ecc., ecc., che si trovano nelle lapidi già riportate dal Gruterio, Fabretti, Marini, registrate in varie collezioni epigrafiche, e che ora si trovano quasi tutte riunite nel C. I. L., le quali ognuno può facilmente vedere. Nondimeno credo opportuno aggiungere quanto il Garrucci, nella sua bella opera sui segni delle lapidi,[1074] scrive: «Riscontransi.... dei segni così fatti nelle lapidi, ed il Marini, colla usata sua dottrina e diligenza ne ha raccolto un buon numero di esempî[1075].
«Ma essi dimostrano l’assenza di una consonante o di una sillaba e meritano perciò il nome di notae scripturarum dato da S. Isidoro a simili segni[1076]. Nè sono essi di uso sì recente che non rimontino ai tempi medesimi di Augusto, siccome in Proni dei cenotafi pisani invece di Patroni, in Ceria nel graffito pompeiano, che porta la data dell’anno 717, in luogo di Centuria; in SINCERV d’altro graffito pure pompeiano[1077], ed in ITE[1078], ed in Olla[1079], adoperato ad esprimere l’assenza di un M, ecc.».
Conchiuderò queste osservazioni alla prima parte delle obiezioni del Bellori, colle parole del Maffei[1080]: «nulla fere est informium litterarum, nulla distortae, inaequalis, tremulae, oblongae, confusae, connexae, scripturae facies cuius specimen vel in milliaris cippo, vel in funereis paganorum tabellis aliquando non viderim».
Ed aggiungerò le parole di un illustre archeologo, il quale trattando del ragionamento letto dal sig. De Petri sopra le tavolette cerate di Pompei[1081], finisce così il suo discorso: «Quanto alle quistioni grammaticali crediamo che serviranno queste scritture per aprir gli occhi, se è possibile, a coloro i quali si OSTINANO A DETERMINAR LE EPOCHE CO’ DATI DELL’ORTOGRAFIA.
«Lasciando stare gli errori, noi vediamo che i Pompeiani tuttavia ritenevano nella pronunzia, la quale ci si manifesta nella scrittura privata, di sopprimere l’aspirata in Chirographum, Amaranti, Nimpodoti, Agatomeni, Agatoclis, Cryseroti, Ienurnae, Pospori, Pronimi, Palepati; di adoperare la V in luogo della Y in Lampuris; in Hupsaeo, che del resto trovansi in generale scritti anche col h e coll’y; di porre il qu in luogo del cu in pasquon, e l’inserire una vocale in Ichimas, Lanisisticis, invece di Ichmas, ossia Icmas, lanisticis; l’s prende il posto dell’x in Sexcentos, la f per ph in Alfei, in Fatiscus; l’xs sta x in Maxsimus, Axsiochus, dixsit, Sexs, Alexsandrini, Sexsaginta. Finalmente Giovianus è così scritto invece del comunissimo Jovianus, della quale ortografia non so altro, se non stupire, dovendo ammettere che la pronunzia del Gi e Ge per J si abbia da far rimontare ad un’epoca sì remota alla quale finora non si ardiva di portare il Geronymus, il Genuarius, il Gerusalem, delle antiche scritture».