Nello stesso Libro Pontificale[1142] in Simmaco, leggiamo: «Intra civitatem Romanam, basilicam Sanctorum Silvestri et Martini a fundamentis construxit. .... Ad beatum Iohannem et Paulum fecit gradus post absidam. Item ad Archangelum Michael basilicam ampliavit et gradus fecit et introduxit aquam. Item ad Sanctam Mariam, oratorium sanctorum Cosmae et Damiani a fundamentis construxit».
Il Duchesne[1143] dice che la Chiesa di S. Michele ricordata in questo passo non può essere quella situata al settimo miglio della Salaria, perchè qui è scritto: «intra civitatem Romanam» ed ivi si fa menzione di lavori eseguiti a cura di Simmaco alle chiese di S. Martino, dei Ss. Giovanni e Paolo, di S. Michele e di S. Maria Maggiore.
E questo significa che il Duchesne ritiene che nell’interno della città esistè una chiesa dedicata a S. Michele, situata nella stessa località ricordata nella vita di Leone III, quando si parla di S. Michele in Septimo, fra la chiesa di S. Agapito, qui ponitur ad Vinculam, e quella dei santi Silvestro e Martino. Lo stesso Duchesne[1144] scrive che la chiesa di S. Agapito è quella stessa che più tardi fu detta S. Maria (ante titulum Eudoxiae) ossia il monastero (S. Mariae) ad S. Petrum in Vincula.
Dice inoltre che S. Maria in Monasterio era situata dietro la chiesa di S. Pietro in Vinculis; vale a dire più su quella cima dell’Oppio detta Esquilinus che sul Septimius. A pag. 61, n. 63, tomo II, aggiunge però che, da un documento del 1014 la chiesa di S. Maria in Monasterio è detta ANTE Titulum Eudoxiae. L’Armellini, il quale pubblicò la seconda edizione delle «Chiese di Roma» alcuni anni dopo dell’edizione duchesniana del Liber Pontificalis, dimostrò ad evidenza che la chiesa di S. Maria in Monasterio, cioè S. Agapito, era di fronte alla Chiesa di S. Pietro in Vinculis, che è quanto dire sul Settimio.
La Chiesa di S. Michele in Septimo, ricordata fra quelle di S. Pietro in Vinculis e S. Agapito, sorgeva dunque su quella parte dell’Oppio che si disse Septimius, cangiato poi in Septimus o per una delle solite alterazioni causate dal tempo e dagli uomini, od anche, e più verosimilmente, perchè il copista tralasciò una i; ed in questo caso noi dovremmo leggere senz’altro: Basilica S. Arcangeli in Septimio (monte).
Nè fa ostacolo la sentenza del Nardini, il quale, a motivo di quel Petilium lucum aggiunto al Settimio, cerca questo nell’Esquilino sì, ma verso il Viminale; e lo deduce da quel Petilinum lucum di Livio. Ma innanzi tutto Petilium o Poetelium e Petilinum o Poetelinum sono nomi ben diversi; eppoi, quel Lucus Petelinus menzionato da Livio e da Plutarco, a proposito del giudizio contro M. Manlio, trovavasi extra portam Flumentanam (così leggono ormai quasi tutti i critici, invece di frumentariam); e questa porta i topografi la collocano presso il Forum Olitorium, e cioè tra l’odierno Ponte Rotto e il Ponte Quattro Capi, presso a poco ove ora è la Via o Vicolo del Ricovero[1145].
Nemmeno fa ostacolo l’opinione del Corvisieri, il quale crede che questa parte dell’Oppio fosse detta Coliseo[1146]. Imperocchè, pur concedendo che tal nome fosse stato dato a quella collina, sarebbe sempre il nome volgare, (il nome dato al tempio d’Iside, come egli dice, situato in quel colle (!) per distinguerlo forse da qualche altro tempio dello stesso nome); ma il nome classico, il vero nome, il nome proprio sarebbe stato sempre quello di Septimius in tempi remoti, e di Septimus (se così si voglia leggere) in tempi meno antichi: e così qui verrebbe a proposito il detto del medesimo autore: che, cioè, nella stessa città s’incontrano contrade e monumenti più conosciuti per un nome di volgare capriccio che per il vero dato loro in origine.
Questa soluzione però gioverebbe se vi fosse difficoltà, ma per me questa difficoltà non esiste. Imperocchè il tempio d’Iside della III regione non fu (nè deve quindi supporsi collocato) sulla collina che sovrasta all’Anfiteatro. Noi già confutammo l’opinione del Corvisieri nella Parte II, cap. I di questo studio; riputiamo quindi inutile ripetere quanto allora dicemmo.
Pertanto, conchiudendo, diremo che nessuna località geografica è conosciuta col nome di mons Septimius; e soltanto, per testimonianza di Varrone e del Libro Pontificale, si ricorda in Roma una parte dell’Esquilino così denominata.
Dunque il martire che si legge nell’inciso del codice di Brussels è un martire romano.