Nè mi sembra di avere esagerato, assegnando alle Vestali anzichè ai Consoli la parte destra; poichè sappiamo che questi, qualora si fossero imbattuti con le sacerdotesse di Vesta, dovean ceder loro il passo; e che, secondo il decreto del 776 d. R., tra le Vestali dovea avere il suo seggio l’Augusta.
Per completare la descrizione del podio, ci resta di parlare dell’apparecchio di cui questo era munito onde gli spettatori fossero sicuri dagli assalti delle fiere. Di quest’indispensabile apparecchio se ne avea già una vaga notizia, e sapevasi che consisteva in una serie continua di reti tessute di grossi fili metallici[304]: ma non ci sarebbe stato certamente possibile farne una descrizione esatta, se il poeta Calpurnio, vissuto ai tempi di Carino e Numeriano, non avesse nei suoi versi così particolareggiatamente parlato della sua struttura e magnificenza. Egli dice che al termine dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, verso il muro marmoreo del podio, era distesa tutt’attorno un’ammirabile serie di rulli d’avorio, che, girando intorno ad assi, rendevano impossibile alle fiere l’appigliarvisi con le unghie, facendole, se vi si fossero provate, ricadere subito al basso. Aggiunge che v’era una rete tessuta di aurei fili, insieme a molti denti di elefante sporgenti in sull’arena, tutti d’egual grandezza e lunghi più ancor d’un aratro[305].
Da questa descrizione mi sembra poter dedurre come fosse nell’Anfiteatro Flavio disposta quest’opera di difesa. A breve distanza dal muro del podio del nostro Anfiteatro, al termine della zona che noi già dicemmo morta, sorgevano ad eguali intervalli delle travi foderate di bronzo, in tutto o in parte dorate, collegate a due a due da una trave orizzontale, formando così un dolce poligono inscritto nell’ovale: poligono necessario per il movimento dei rulli, il quale sarebbe stato impossibile ottenere su di una curva; — sull’alto delle travi poi erano solidamente fissati i robusti assi rettilinei, intorno ai quali giravano i rulli d’avorio. Negli specchi fra una trave e l’altra erano tessute le reti, e dalle fronti delle travi sporgevano i denti verso l’arena.
Al podio seguiva immediatamente un ordine di dodici gradi, determinato da una praecinctio, col suo iter largo m. 3,50. Questa straordinaria larghezza dell’iter è dovuta ai quaranta abbaini, fatti in esso per illuminare il sottoposto ambulacro. La gradinata ha quattordici vomitorî aperti nella praecinctio, era destinata ai quattordici ordini dei cavalieri, e costituiva la prima cavea.
Segue quindi un terzo ordine di diciannove gradi, determinato esso pure da una praecinctio col suo iter. Quest’ordine ha trentadue vomitorî, sedici dei quali sboccano alla metà della gradinata e sedici dalla praecinctio. Questa era straordinariamente alta, ed in essa, oltre le porte dei vomitorî, v’erano ventotto finestre, dalle quali prendeva luce il corridoio posteriore. La serie delle finestre era frammezzata con simmetria da trentasei nicchie con statue. V’ha chi opinò che quei tripodi marmorei, con faccia piana nella parte posteriore per addossarsi al muro, rinvenutisi negli scavi dell’Anfiteatro (la loro non poca quantità ci fa argomentare ve ne siano stati in buon numero), fossero collocati in quelle nicchie per bruciarvi sostanze aromatiche. Ma collocando i tripodi in quegli incavi ed in quella sola precinzione, mal si sarebbe provveduto al fine cui essi erano destinati. A me sembra più ragionevole che i tripodi fossero stati addossati esternamente alle pareti di ciascuna delle precinctiones, ove le essenze odorifere avrebbero prodotto il loro completo effetto, e tutto l’ambiente anfiteatrale sarebbe rimasto egualmente profumato.
Che quelle nicchie poi invece di tripodi contenessero statue, ce lo fa argomentare ciò che si legge nelle Memorie Enciclopediche Romane[306], «Si sono trovate negli scorsi giorni sull’alto del Colosseo fra scarichi antichi di macerie, due torsi di donne panneggiate assai bene, una delle quali si vede aver avuta la testa incassata, cosa non rara nelle statue antiche; mancano ambedue di testa, braccia e piedi; dovettero probabilmente ornare quel giro di nicchie ancora esistenti che al di sopra della seconda precinzione facevan prospetto all’Anfiteatro».
Questa praecinctio straordinaria, che, a guisa di grandiosa fascia, cingeva l’immensa cavea, io congetturo che sia il balteus di Calpurnio, decorato probabilmente da intarsî di fine pietra e forse anche da mosaici di smalto.
La parola balteus, che vuol dire propriamente cingolo[307], s’adoperò dagli oratori[308] e dai poeti come sinonimo di praecinctio, benchè questa e non quella sia la voce tecnica per indicare le zone verticali che dividevano in diversi ordini la gradatio dei teatri, degli anfiteatri e dei circhi. Questo terzo ordine costituiva la media cavea.
A quest’ordine ne seguiva un quarto, summa cavea, composto di sette gradi, la cui praecinctio formava zoccolo al basamento del portico. Anche qui l’iter girava al basso della gradinata ed ivi sboccavano dodici vomitorî.
La cavea era coronata da un portico di ottanta colonne di ordine composito. La gradinata del portico, costruita da legname, si componeva di undici gradi, ed era divisa da tavolati (tabulationes)[309].