[269]. Flavii Vopisci Siracus. in Probo. Vitae Caes. Basileae MDXLVI, p. 303. Additit alia die in amphitheatro una missione centum iubatos leones, qui rugitibus suis tonitrua excitabant: qui omnes contificiis interempti sunt, non magnum praebentes spectaculum cum occidebantur. Neque enim erat bestiarum impetus ille, qui esse ab eis egredientibus solet. Occisi sunt praeterea multi, qui diripere volebant, sagittis. Editi deinde centum leopardi Libyci, centum deinde Syriaci, centum laenae, et ursi simul trecenti: quarum omnium ferarum magnum magis constat spectaculum fuisse quam gratum.
La maggioranza dei dotti del rinascimento, come Erasmo, Egnazio, Casaubono, ecc. lessero contificiis e contifigiis. Salmasio fu l’unico che, appoggiandosi al manoscritto Palatino, lesse e posticis. La grave autorità di quegli scrittori imporrebbe la loro lezione, ed in tal caso il passo di Vopisco non avrebbe influenza sulla nostra questione. Se poi si volesse ammettere la variante del Salmasio, allora il passo favorirebbe la mia opinione, perchè confermerebbe che nella decadenza dell’Impero le cellette dalle quali si facevano sbucare le fiere sull’arena, si dicevano postica: omnis e posticis interempti sunt.... Neque enim erat bestiarum impetus ille qui esse AB EIS egredientibus solet; vale a dire: qui esse solet bestiis egredientibus ab eis posticis. L’uccisione di cento leoni, in tale ipotesi, si sarebbe voluta effettuare per mezzo di uomini nascosti nelle cellette, i quali, con venaboli o lance spinte fuori per una fessura lasciata fra i due sportelli, dovevano trafiggere le fiere allorchè passavano incautamente sulla postica. Ed invero, quelle povere bestie non avrebbero trovato scampo, giacchè si aggiravano in un campo irto di settantadue lance, quante cioè erano le cellette nell’ipogeo dell’Anfiteatro Flavio. Questo spiegherebbe come molti dei leoni fossero stati uccisi con le saette, perchè per uscir fuori da quel terribile agguato tentarono di aprirsi un varco, forse nelle reti che difendevano il podio. Il Maffei (loc. cit. pag. 244) sul citato testo di Vopisco osserva quanto segue: «La falsa prevenzione intorno alla struttura degli anfiteatri, fece che il Salmasio sopra Vopisco disse significarsi con questa voce le porte da cui da’ lor sotterranei uscivan nell’arena le bestie, e pretese di emendar un oscuro passo dell’autor suo riponendovi tal voce nell’istesso senso. Della medesima opinione fu il Valesio sopra Ammiano.... per Postice non altro si può intendere, se non le porte delle lor gabbie, quali alcuna volta riusciva alle bestie di rompere. Forse si dicean Postice per usarsi di farle non nella fronte ma nella parte posteriore». Ma la lapide Veliterna getta giù di un tratto l’opinione del Maffei, il quale si vide nella necessità di ricorrere ad altro, e scrisse: AMPHITHEATRVM CVM PORTIS POSTICIIS etc. Par (!) si parli di restaurazioni; e se il marmo dice veramente Amphitheatrum, le porte posticae non possono qui intendersi di quelle delle gabbie». E conchiude: «la voce posticcio in lingua volgare esprime ciò che non è fisso.... e viene indubitamente da posticus, che avrà però avuto anche tal significato in latino. Credibil da ciò si rende, che così si chiamassero nell’anfiteatro le porte che tenean serrati gli archi esteriori d’ingresso, le quali.... non eran fisse, ma si levavano i giorni di spettacolo, onde venivano ad esser posticcie (!). Queste adunque può credersi fosser rifatte da colui di cui parla la lapide». L’opinione del Maffei non ci soddisfa affatto. Ciò che si è detto nel Testo e nelle Note, e ciò che siam per dire ci sembra che sia per annullare qualsiasi altra congettura.
[270]. Pers. 3, 3, 30.
[271]. O cessi.
[272]. Sat. lib. VIII.
[273]. Lanciani, loc. cit., p. 222. «Non s’intende che cosa abbiano a fare col Colosseo (le portae posticae), cioè con un monumento il quale non aveva nè fronte nè schiena, ma che invece era uniforme in tutto il perimetro, e contava 80 archi d’ingresso.... Le portae posticae si possono immaginare facilmente in quegli anfiteatri i quali stanno sul limite estremo di una città, come il pompeiano; ovvero a metà incassati sotterra, come il tuscolano; ovvero in quelli che, come il tuscolano ed il pompeiano avevano o uno o due o quattro soli ingressi. Le sigle dell’iscrizione romana (che parla dei restauri fatti da R. Cecina Felice Lampadio) si prestano del resto, ad altri supplementi come sarebbe, per esempio PublICIS etc.». Il parere del ch.º Huelsen lo riporteremo al c. V, parte I.
[274]. Seneca, Epist. 61.
[275]. V. la Tavola IV fuori testo.
[276]. Epig. LXXI, l. I.
[277]. Dio., in Adr.