«Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste

Inter femineas spectabat turba cathedras.

Nam quocumque patent sub aperto libera coelo

Aut eques aut nivei loca densavere tribuni».

Nel portico ebbero parimenti posto le donne: «inter femineas spectabat turba cathedras». La legge augustea relativa al posto che le donne doveano occupare nei pubblici spettacoli rimase sempre in vigore, ed io opino (come già accennai) che riguardasse le donne tutte, di qualunque grado si fossero, eccettuate le Vestali e l’Imperatrice. Le parole usate da Suetonio «feminis» (termine generico) e «solis Vestalibus» (contrapposto a «feminis») bastano da sè sole a provare l’universalità della legge. Al passo di Suetonio s’aggiunga l’autorità di Calpurnio. Questo poeta non è satirico, e quindi nelle frasi e nelle parole di quel pastorale componimento in cui egli ci descrive l’Anfiteatro Flavio, non ci è lecito sospettare nascosti sali mordaci. Ora dicendoci il poeta che la «turba pulla» sedeva inter femineas cathedras; sapendo che la cathedra non era sedia per donne volgari, mi pare che Calpurnio venga a confermarci che la legge colpì le donne tutte, non escluse quelle di grado elevato.

Sennonchè qual sarà stata la ragione per cui fu assegnato alle donne il portico? Se questo provvedimento fosse stato determinato da soli motivi di moralità, bastava che Augusto le avesse raccolte in cunei separati, mantenendole nell’ordine corrispondente alla rispettiva casta!... La ragione che mosse Augusto ad assegnare alle donne il portico, a me sembra di poterla scorgere nella confusione grandissima che dovea nascere allorquando una pioggia avesse interrotto lo spettacolo e costretti gli spettatori a ricoverarsi nei portici, i quali, come dice Vitruvio[316], si facevano appositamente a questo scopo: «Post scenam porticus sunt constituendae, uti cum imbres repentini ludos interpellaverint, habeat populus quo se recipiat ex theatro».

La ressa per uscire dai vomitorî sotto la sferza di una pioggia dirotta dovè essere stato qualche cosa di serio. Questo gravissimo inconveniente fu forse il motivo precipuo che spinse Augusto ad assegnare alle donne posto nel portico. In caso di pioggia esse non sarebbero state costrette a muoversi; e su dai loro posti avrebbero potuto tranquillamente godersi la fuga di quell’immensa moltitudine. Spettacolo invero esilarante per chi non si trovava in mezzo a quel parapiglia! — Senza questa provvida disposizione il confusissimum atque solutissimum morem spectandi non sarebbe stato sufficientemente corretto.

La legge di Augusto rimase in vigore per tutto il periodo imperiale. Ai tempi di Carino e Numeriano[317] le donne sedevano ancora nella parte più alta dell’Anfiteatro, vale a dire nel portico. Nè poteva essere altrimenti, perchè la causa determinante della legge era sempre viva; e i teatri, gli anfiteatri ed i circhi rimasero in tutto il periodo imperiale quali erano ai tempi di Augusto.

Occorreva però un temperamentum che rendesse alle donne nobili del patriziato e alle doviziose della plebe meno dura l’impressione di trovarsi (sebbene del tutto separate) sotto lo stesso tetto colla parte più meschina della cittadinanza. Questo temperamentum fu opportunissimo; e nella nota lapide degli Arvali ve ne troviamo sicure tracce. In essa leggiamo che ai detti fratelli, oltre agli VIII gradi del meniano I ed ai IV nel II sommo, furono assegnati XI gradi nel MENIANO SUMMO IN LIGNEIS alla tabulatio LIII. Dunque nel portico, tra la turba pulla, oltre le donne ebbero luogo anche gli Arvali; e come ve l’ebbero gli Arvali, vi poterono aver luogo gli altri collegi sacerdotali. Posto ciò, io credo di non essere troppo ardito, se, basato su questi dati, espongo la mia opinione circa la disposizione degli spettatori nel portico.

Nei quattro punti del portico, corrispondenti alle estremità dell’asse maggiore e minore, si destinarono alcuni intercolonnî per le donne; e riterrei ragionevole, che alle estremità dell’asse minore (sulle quali eranvi anche i due nobilissimi suggesti) sedessero le donne del patriziato; e che alle estremità dell’asse maggiore fossero destinati alcuni intercolonnî per quelle della plebe, escluse, ben inteso, le pullatae.