Ora il sito del Porticus Septorum e dei Septa è da tutti riconosciuto ad Ovest del primo tratto della Via Flaminia chiamato Via Lata. Posto questo caposaldo, l’essersi dato il munus gladiatorium per onorare la memoria di Agrippa in Septis, anzichè nel Foro od altrove, e l’esser ciò avvenuto nel giorno della dedicazione del Campo dello stesso Agrippa, son due cose che ci spingono a ritenere che quelli si trovassero in questo Campo; e che si fosse scelto quel luogo per fare, quasi direi, prender possesso al Popolo Romano del Campo suddetto, fin dal giorno della sua dedicazione.

L’esame poi dei monumenti che Dione c’indica esistenti nel Campo d’Agrippa, quali sono il Diribitorium e il portico di Pola, c’induce anch’esso a ritenere il Campus Agrippae sito ad Ovest della Via Lata. Su ciò invito il lettore a leggere la dotta discussione fattane dal Nardini (Roma Antica l. IV, c. X).

Oltre a questo, nell’anno 1592, costruendosi il palazzo Serlupi-Crescenzi (Via del Seminario), fu ritrovato un cippo enorme di travertino, alto tre metri circa, sul quale era scritto:

ID . QVOD . INTRA
CIPPOS . AD . CAMP . VERSVS
SOLI . EST . CAESAR . AVGVST
REDENTVM . A . PRIVATO
PVBLICAVIT
(C. I. L. VI, 874)

Gli editori del Corpus opinano che questi cippi augustei di Via del Seminario appartengano al Campo di Agrippa; e giustamente, poichè, come appunto noi siamo certi (per la testimonianza di Dione) che Augusto donò al Popolo Romano il Campo di Agrippa, così non possiamo esser certi che il Campo detto dai Cataloghi Marzio, con denominazione generale della pianura fra il Pincio ed il Tevere («Bull. Com.» ann. XI, Sez. 2ª, p. 11), ed a cui il Lanciani opina s’alluda nei cippi, sia stato mai a privato redemptum da Augusto e donato al Popolo Romano. E non possiamo esserne certi, perchè nessun documento ci è pervenuto finora, e finchè esso non apparisca, dovremo ritenere con gli Editori del Corpus, che quei cippi si riferiscono al Campus Agrippae, e che ne costituivano il limite del lato Nord. Nè si obietti che quei cippi si trovano in piena regione VIIII, perchè noi non conosciamo i limiti delle due regioni con precisione tale, da non poter supporre che nella regione VII vi fosse una zona di terreno ad Ovest della Via Lata. Cosa anzi che possiamo con grande fondamento ritener vera per l’eponimo stesso della regione (Via Lata): via detta appunto Lata, perchè il suo margine occidentale era coperto dal Porticus Septorum in modo da formare una larga via, in parte coperta ed in parte scoperta. E questo portico, formando un tutto con i Septa, dovette con ogni ragione appartenere, insieme a quell’area contigua, alla regione VII (Via Lata), e non alla VIIII. Qui è inoltre necessario notare che nella divisione di Roma in quattordici regioni (la quale avvenne, per testimonianza di Dione dopo la dedicazione del Campus Agrippae, e probabilmente dopo la erezione del tempio d’Iside e Serapide), il nome di Campus Agrippae rimase alla parte non fabbricata del Campo stesso, ossia all’area contigua al Porticus Septorum; la quale area, per la ragione anzidetta, dovè nella divisione entrare nella regione VII.

A conferma di quanto si è detto fin qui, è bene osservare che il posto assegnato dal Lanciani e dall’Huelsen al Campus Agrippae, è inaccettabile per più ragioni. Primieramente quella località si trova del tutto separata dalla zona dove Agrippa sviluppò il suo grandioso piano edilizio: cosa riconosciuta dallo stesso Lanciani, il quale, per attenuare questa difficoltà, escogitò un qualche modo d’attacco tra le due aree, supponendo che il grandioso portico (di cui rimangono non pochi avanzi ad Est della Via Flaminia, nel sottosuolo dello sterrato di Piazza Colonna, e che da lui è ritenuto per il Porticus Vipsaniae) fosse stato eretto da Agrippa quasi a far séguito al Porticus Septorum, che sorgeva dalla banda opposta della Via Flaminia, incominciando dalla Via di S. Ignazio e terminando a Piazza Venezia; congiungendo così (il Lanciani) la zona dei grandiosi lavori agrippiniani col Campus Agrippae da lui supposto, per il vertice di un angolo!

Secondariamente poi perchè come asserisce lo stesso ch.º autore (V. «Bull. Com.» ann. XX, serie 4.ª p. 277, quell’area è priva affatto di ruderi monumentali dei tempi augustei). Ecco le sue parole: «La zona confinante col portico e l’acquedotto, cioè la zona fra S. Claudio e il Trivio è affatto priva di ruderi monumentali, nè, per quanto io sappia, tali ruderi sono stati visti o descritti nei tempi andati». — Eppure i residui della vastissima sala del Diribitorio, che, con ogni verosimiglianza (come osserva il Nardini, interpretando le espressioni di Dione Cassio), dovè sorgere nel Campo in questione vi dovrebbero essere! È difficile poter supporre che quell’edificio sia stato abraso fin dal piano dei fondamenti!

Perchè, finalmente, quest’area si trova in quella zona che è l’unico sito della limitatissima regione VII, in cui si possono collocare (come bene scrisse il Nibby) gli Orti Largiani: orti appartenuti probabilmente al celebre Caio Cecina Largo, console ordinario nell’anno 795 d. R., ed autore del Senatus Consultum Largianum sulla successione dei liberti. Ed appunto in quella località a me sembra che vi siano tracce degli orti suddetti. Quel muro, della lunghezza di m. 63, tornato in luce negli ultimi mesi del 1890 nella Via Poli (lungo il fianco della chiesa di S. Maria in Trivio, V. il «Bull. Com. ann. XX,» serie 4.ª, p. 278), come pure gli altri residui di muri a quello coordinati (Lanciani, Forma Urbis), rinvenuti fra Piazza Poli e la Via del Bufalo, non potrebbero essere i resti di un edificio edificato nel III secolo in quella lacinia degli antichi orti Largiani, ridotto poi, da Belisario, o tutto o in parte, a Xenodochio? Gli orti Largiani (osserva il Nibby) dovettero essere in istato di floridezza fin quasi al IV secolo; giacchè essi sono ricordati, a preferenza di tanti altri, nei cataloghi di quei tempi.

Un altro indizio di questi orti è per me la grande piscina alle falde del Quirinale, presso il così detto Lavatore del Papa.

Il portico poi che decorava il lato Est del largo della Via Flaminia (ove più tardi fu eretta la colonna coclide), e che dovè, al pari del largo che adornava, far parte, per ragione di concomitanza, della regione VIIII e non della VII (il limite delle quali, in quel tratto, era segnato dalla via che correva dietro al portico, e che lo separava dagli orti Largiani), io lo crederei il Porticus Argonautarum; perchè, oltre ad essere un vero porticus, la sua costruzione è molto simile a quella del Porticus Septorum, e quindi più propria dei tempi di Agrippa. — Non così possiam dire invece del tempio di Piazza di Pietra, e del suo recinto, perchè essi presentano tali caratteri, da non potersi (come pur anche ritenne il Nibby), portar più oltre i tempi di M. Aurelio Antonino. Tutto ciò poi che è rappresentato nel basamento di quell’edificio nulla ha che vedere con Nettuno; ed aggiungerò che, per la sua forma spiccata di tempio, non potè essere da un autore antico (quale fu Sparziano) chiamato Basilica.