Per malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].

Il primo che introdusse la tela da navi colorata nei teatri fu, per testimonianza di Plinio[403], Q. Catulo, allorquando dedicò il Campidoglio. Questa tela parve troppo rozza a Lentulo Spinter, e nei giuochi apollinari, come scrive il citato autore, usò per primo nel teatro vele di finissimo lino: «Carbasina deinde vela primus in theatro duxisse traditur Lentulus Spinter apollinaribus ludis»[404]. Ed infine lo stesso Plinio ci attesta che Nerone adornò le vele con ricami d’oro: Vela nuper colore caeli stellata per rudentes, terra etiam in amphitheatris principis Neronis rubente»[405].

Sembra che i velarî ordinariamente s’incominciassero a stendere in primavera. L’apprendiamo da due AVVISI, scoperti in Pompei, scritti in caratteri rossi, nel primo dei quali Numerio Popidio Rufo notificava al pubblico che egli il 29 d’Ottobre avrebbe dato in quella città una caccia, e che il 29 di Aprile l’anfiteatro sarebbe stato coperto con velario. L’altro avviso fu scoperto sulla Via degli Augustali[406].

Relativamente alla struttura del velario, non s’ha a credere che questa sia una cosa tanto facile ad immaginarsi come comunemente si ritiene. Fino a pensare che vi dovè essere un’armatura, probabilmente di corde, costituita da duecento quaranta raggi, che partendo dalle travi verticali andassero a rannodarsi ad un ovale centrale più o meno ampio, non vi si trova difficoltà. Ma se si rifletta che il peso dei canapi, delle carrucole, delle tende e delle corde che servivano per tirarle, avrebbe fatto necessariamente calare, e non poco, l’ovale centrale, e fatto rimanere il velario pendente in basso, producendo un pessimo effetto ed una disgustosa soffocazione negli spettatori del portico; siamo costretti a ricercar il modo con cui avranno gli antichi cercato di evitare quello sconcio.

Per ottenere lo scopo, si dovea far sì che l’ovale, e quindi i raggi fossero, per quanto era fisicamente possibile, orizzontalmente tesi: in questo caso le tende, attaccate per un capo all’ovale e fissato per l’altro al disopra dell’attico del porticato, avrebbero formato un dolce padiglione dall’alto in basso, producendo un gradevole effetto.

Questa tensione (che dovea essere fortissima, a cagione del non intercedere tra il piano delle testate delle travi e quello dell’attico del colonnato spazio maggiore di tre metri) non si sarebbe potuta ottenere che per mezzo di verricelli, i quali agissero su ciascuno dei duecento quaranta raggi.

Il Canina saggiamente opinò che alle travi esterne ne corrispondessero altre all’interno dell’edificio, onde ottenere maggiore resistenza. Erano esse necessariamente collegate insieme per mezzo di traverse, formando tutto un sistema. Ce l’assicura Calpurnio: «Vidimus in coelum trabibus spectacula TEXTIS»:

«Coronato di travi in un conteste

Vidi il superbo Anfiteatro al cielo

Surgere. . . . . . . . . . . »