traduce il Biondi.

Alle testate delle travi interne erano fissate robuste carrucole, a fin di mandare verticalmente le funi ad arrotolarsi ai verricelli orizzontali, i sostegni dei quali poggiavano sul pavimento del portico, ed erano assicurati con arpioni alla parete di perimetro dell’Anfiteatro.

È bene qui notare che le testate delle travi che sostenevano il soffitto del portico e il soprapposto pavimento, oltre ad essere incassate nella cortina del muro di perimetro, poggiavano sopra solidi mensoloni; e questo dimostra che quelle testate dovevano sopportare un peso maggiore di quello d’un soffitto e di un pavimento.

Sorge una difficoltà, ed è che qualora si volesse supporre l’ovale centrale non di altra materia che di canapo, sarebbe stata cosa ben difficile fargli prendere e mantenere la sua forma regolare.

A rimediare a quest’inconveniente, si potrebbe immaginare l’ovale centrale formato di una zona orizzontale di piastra metallica, di una sufficiente consistenza e del minor peso possibile; immaginandone inoltre la periferia esterna non maggiore di quanto era necessario per attaccarvi le duecento quaranta funi, e (perchè la sua massa fosse relativamente minima) composta di due fasce riunite a traliccio. A questa zona metallica si sarebbero fissati duecento quaranta anelli, onde attaccarvi gli uncini legati ai capi dei canapi. Agli anelli avrebbero fatto capo altre duecento quaranta corde che, discendendo in dolce curva fin sopra l’attico del portico, avrebbero servito di guida al distendimento e raccoglimento delle vele.

Una corona di metallo dorato, dalla quale scendessero vele cerulee ornate di auree stelle; padiglione degno dell’imponente cavea ove tutto era splendore: «sic undique fulgor percussit»[407], sarebbe, non v’ha dubbio, una brillante idea! Ma si sarebbe potuta attuare?... La risposta la dovrebbe dare il calcolo, al quale nè io ho tempo di consacrare, nè, credo, varrebbe la pena di consacrarvelo, restando la cosa in ogni modo nel campo delle ipotesi.


L’operazione di tendere il velario si eseguiva sul terrazzo soprapposto al portico, ed era affidata a’ soldati di marina.

Lampridio[408] scrive: «Sane quum illi saepe pugnanti, ut deo, populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a militibus classariis qui vela ducebant in amphitheatro interimi praeceperat»; e questi marinai furono certamente i Misenati, perchè essi avevano il loro quartiere nella stessa regione dell’Anfiteatro. Nel Curiosum e nel De Regionibus leggiamo: III Regio.... Castra Misenatium. Preziosa indicazione topografica, la quale, mentre ci rende certi della vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro, dà pur anche valore alla scoperta di un frammento d’iscrizione, in cui si fa menzione dei Castra Misenatium, rinvenuto dall’Henzen tra le schede del Fea, nelle quali si attesta che il frammento fu scoperto fuori della parte semicircolare delle terme di Tito[409], ossia poco lungi dal nostro Anfiteatro.

La situazione del quartiere dei marinai della flotta di Ravenna (in Trastevere, presso la naumachia di Augusto, al servizio della quale erano destinati quei militi) rafforza l’argomento desunto dalla vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro Flavio, e prova che essi appunto erano i classarii destinati a tendere il velario.