La forma dell’anemoscopio rinvenuto presso il Colosseo è adattissima per ottenere il fine sopra indicato. Occorreva infatti che il comandante avesse sott’occhio e quasi direi, stando a tavolino, la Rosa dei venti, e vedesse la direzione dei medesimi. Pertanto sarebbe stato necessario che il prisma dodecagonale marmoreo stasse sul terrazzo dell’Anfiteatro, nel senso del meridiano astronomico locale, e sopra un piedistallo alto 90 centimetri circa: vale a dire, collocato in modo, che, una persona in piedi, volendo, avesse potuto vedere comodamente il piano superiore dell’istrumento e leggere agevolmente i nomi dei venti incisi sulle facce laterali[412]. E perchè, guardando la faccia superiore dell’istrumento, si potesse vedere la precisa direzione del vento, io congetturo che la banderuola fosse fissata ad un cannello metallico lungo quanto l’asta; che il cannello fosse appoggiato liberamente sulla punta dell’asta, ed in basso munito di un indice orizzontale, il quale, secondando il movimento della banderuola, avrebbe mostrato sul piano, la direzione del vento. La banderuola poi, avrebbe dovuto superare l’altezza dell’attico dell’Anfiteatro, affinchè potesse esser mossa liberamente da ogni vento; e la grossezza dell’asta è tale, da potersi innalzare con ogni solidità fin oltre a due metri; altezza che, aggiunta a quella del piedestallo e del prisma soprappostogli, avrebbe permesso alla banderuola di superare l’attico di un metro e mezzo almeno.
La cura di evitare la violenza molesta del vento e i danni dei quali spesso è causa, non è cosa nuova presso gli antichi. Vitruvio prescrive che nell’edificazione di una nuova città, s’abbia riguardo alla direzione dei venti; e vuole, che, costruita la cinta, nel centro dell’area da questa racchiusa, si descriva, sopra un levigato piano di marmo (da lui chiamato «marmoreum amussium»), orizzontalmente disposto (ovvero sul suolo stesso spianato a perfezione e livellato), la Rosa dei venti; e ciò, a fin di stabilire la direzione delle vie e delle piazze tra l’una e l’altra regione degli otto venti principali; e per liberare da molestia i cittadini e da malanni la loro salute[413].
In conclusione: se in tutti gli antichi teatri ed anfiteatri era cosa prudente prevenire i pericolosi effetti del vento, nell’Anfiteatro Flavio era di necessità assoluta. Se quell’immenso velario, a tant’altezza, si fosse lasciato senza sorveglianza e a discrezione dei venti, si sarebbe facilmente potuto ivi verificare il fatto immaginato da Plauto: «Exoritur ventus: turbo: spectacula ibi ruunt». Questa necessità evidente, e la prudenza degli antichi, specialmente nelle cose pubbliche, mi hanno indotto a congetturare che quell’anemoscopio rinvenuto in prossimità del Colosseo, sia appartenuto alla Mole Vespasianea per la sorveglianza del velario. E la mia congettura trova appoggio nella bella paleografia delle quattro parole incise sulla faccia superiore dell’anemoscopio; paleografia che, per la forma e regolarità delle lettere, può convenire benissimo all’età dei Flavî. Anche le lettere dei nomi dei venti, si potrebbero forse riportare a quei tempi; perchè, quantunque siano state eseguite con minor cura e con una paleografia che tende al corsivo, pur nondimeno sono di buona forma. Chè se taluno volesse ritenere quei caratteri per un’opera posteriore all’età dei Flavî, non credo che potrebbe farli discendere più giù degli inizi del secolo terzo; ed in questo caso si dovrebbe conchiudere, che i nomi dei venti furono incisi ai tempi dei grandi restauri fatti da Eliogabalo e Severo Alessandro nel nostro Anfiteatro.
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Dopo d’aver contemplato così minutamente questa stupenda mole, sorge spontaneo il desiderio di sapere chi ne fosse l’architetto. Vana speranza: il nome di questo grande giace sepolto in un oblio inesplicabile. Il silenzio dei classici e degli antichi scrittori reca veramente maraviglia! Lo stesso Marziale, che tanti epigrammi dedicò al Flavio Anfiteatro, non ne fa parola.
Chi mai fu quell’ingegno sublime che diresse questa grandiosa e sontuosa opera? È questa la domanda che in tutti i tempi, e sempre indarno, si è fatta costantemente dai dotti; questo l’oggetto perenne di congetture, questioni e dispute infruttuose. Non possediamo documento certo; e finchè questo non apparisca, l’architetto del Colosseo ci sarà sempre ignoto. Nondimeno, per ragione di storia, riporteremo qui le differenti opinioni, lasciando a ciascheduno la piena libertà di accettare quella che crederà più verisimile.
Giuseppe Antonio Guattani[414] scrive: «Gli intendenti non lasciano di censurare le parti di quest’edificio (del Colosseo), trovandovi profili inesatti, modinature cangianti di altezza, di misure e distanze non corrispondenti. Al Serlio piacquero sì poco tutte le cornici, che le chiamò tedesche(!), deducendone che l’ARCHITETTO fu sicuramente un tedesco». In nota poi aggiunge: «Marziale, ne fa autore un certo Rabirio, architetto della casa di Domiziano, perchè di tutta la fabbrica vorrebbe darne l’onore a quell’Augusto, il di cui pane mangiava. Ma è a tutti noto il dolce stomachevole di quel suo epigramma. Se ne fa generalmente autore un certo Gaudenzio cristiano, in vigore di una iscrizione (che trovasi) nel sotterraneo di S. Martina; oscura per altro, e che poco persuade».
Dalle parole del Guattani rileviamo chiaramente che il preteso architetto dell’Anfiteatro o fu un tedesco, o fu Rabirio, o, finalmente, un cristiano di nome Gaudenzio.
La prima opinione è del Serlio. Che Vespasiano si fosse servito di un tedesco, non sarebbe cosa da recar maraviglia. Le province Germaniche erano già soggette all’Impero, ed uno schiavo di quelle regioni, reso libero, potè benissimo servire l’Imperatore in qualità di architetto. L’opera di artisti liberti prestata ai reggitori dell’Impero non è una novità per gli archeologi. Ma dedurre assolutamente la nazionalità dell’architetto dalle modinature è un po’ troppo! Molto più che la fretta con cui furono eseguiti i lavori dell’Anfiteatro, tradì il pensiero dell’architetto. Forse un anacronismo trasse il Serlio a quella conclusione, credendo di vedervi rispecchiate le goffe cornici gotiche degli edifici settentrionali dell’epoca, come si suol dire, antico-moderna.
La seconda opinione ne fa architetto Rabirio. I sostenitori di questa s’appoggiano al LV epigramma del lib. VII di Marziale, il quale dice: