«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri,
Parrhasiam mira qui struis ante domum;
Phidiaco si digna Jovi dare templa parabit
Has petat a nostro Pisa Tonante manus».
Ma chi non vede che qui Marziale non parla dell’Anfiteatro, bensì della costruzione di una domum diretta da Rabirio, il quale era architetto non di Vespasiano ma di Domiziano? E chi ignora che quando «nell’anno 80 fu solennemente dedicato (l’Anfiteatro) esso era stato recato a compimento, salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i quali saranno stati perfezionati dal Domiziano»?[415].
La terza opinione, finalmente, sostenuta dal Marangoni e da altri scrittori, attribuisce la direzione del nostro augusto monumento ad un cristiano di nome Gaudenzio.
Il Nibby[416] dice che ai suoi tempi «i più s’inclinavano ad accettare quest’opinione». I moderni però la rigettano unanimemente.
Ciò che fece credere al Marangoni e a tutti i seguaci di quest’opinione che fosse Gaudenzio l’architetto dell’Anfiteatro Flavio, fu una lapide con iscrizione cristiana rinvenuta nel cimitero di S. Agnese[417]. Riporto qui le parole del Bellori contemporaneo della scoperta: «Non pigeat hic inscriptionem veterem advertere quae Amphitheatri Flavii architecto adscribitur, elapsis annis reperta erutaque in coemeterio divae Agnetis via Nomentana.... neque spuria reque recens, sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant»[418].
La paleografia di questa lapide, la quale, come dice il Muratori, già esisteva presso Pietro da Cortona e schedis Ptolomaeis, ci riporterebbe (secondo il Nibby)[419] al secolo V dell’êra volgare; ed il Nibby stesso aggiunge che l’iscrizione non dichiara che Gaudenzio fosse l’architetto, ma che solo si può dedurre aver Gaudenzio lavorato in quest’Anfiteatro. Detta epigrafe non è stata mai pubblicata conforme all’originale. Il Marangoni, il Visconti, il Marucchi, ecc., ce la presentano in caratteri comuni di stampa; e benchè l’abbiano riprodotta esattamente riguardo alla disposizione delle parole, sono stati inesatti riguardo ai segni, i quali dal Marangoni e dal Marucchi furono espressi tondi, e dal Visconti in forma di lunghi apici. L’Aringhi, il Venuti, il Nibby, il P. Scaglia ed i recenti Bollandisti la riproducono altri in caratteri comuni di stampa (come il Nibby, il Venuti ed i Bollandisti), altri in un fac-simile arbitrario (come l’Aringhi ed il P. Scaglia); ma tutti inesattamente in quanto alla disposizione delle parole. Solo l’Aringhi ed il P. Scaglia esprimono con più verità degli altri la forma degli apici.