Fig. 6.ª

Ora avendo io fortunatamente saputo essersene testè fatto un calco dal Sig. Attilio Menazzi (una copia del quale si conserva nell’Accademia di S. Luca) ed avendone potuto avere una fotografia, posso presentare l’iscrizione nella sua reale genuinità. (Vedi Fig. 6ª).

Nel Gori[420] leggo: «Una lapide marmorea, rinvenuta nelle catacombe di S. Agnese lungo la via Nomentana, parlando in nome di un Gaudenzio costruttore di un teatro del crudele Vespasiano, e che in luogo di essere premiato dalla città da lui nobilitata col detto monumento, fu condannato a morte pella sua religione cristiana, indusse nel Marangoni l’opinione che fosse costui l’architetto del Colosseo. Ma in primo luogo la paleografia irregolare e scorretta di quest’iscrizione che ho nuovamente copiata nel sotterraneo di S. Martina, indica chiaramente che non è dell’epoca di Vespasiano o de’ suoi figli, ma sibbene del V secolo riproduzione forse di qualche leggenda popolare contraria alla verità storica (sic); giacchè Vespasiano punì i giudei per la loro ribellione, non perseguitò mai i cristiani, nemici naturali degli ebrei. In secondo luogo in detta iscrizione si parla non dell’Anfiteatro Flavio, ma di un teatro costrutto da Vespasiano (?) non si sa in quale città».

Il Marangoni[421], dal canto suo, ragiona così: «Ella è cosa di riflessione, come, essendo l’opera di questo Anfiteatro così eccellente per l’architettura, e di ammirabil lavoro, e giudicata da Marziale molto più pregevole di tutte le più celebrate maraviglie del mondo, nè egli nè altri scrittori di quel secolo e de’ susseguenti abbiano fatta memoria del suo ingegnosissimo architetto. Marziale stesso, che visse nei tempi di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, celebra con elogio ben singolare quella di Rabirio, architetto di Domiziano, per la fabbrica di un palagio sul Palatino, dicendo che avendola eretta emulatrice del cielo conveniva dirsi che la di lui mente avesse penetrato il cielo e compresa la nobiltà e bellezza degli astri, avendo fabbricata una casa ad essi somigliantissima[422]. Or quanto più degnamente, e con tutta giustizia, avrebbe dovuto immortalare il nome e la memoria dell’architetto di questa grande ed ammirabile opera dell’Anfiteatro, uomo senza dubbio a quei giorni celebratissimo, ed anche da sè conosciuto. Siami pertanto lecito di attribuire questo silenzio all’odio di questo ed altri scrittori Gentili di que’ secoli, che alla cristiana religione portavano, invidiando sì bella gloria al grande architetto dell’Anfiteatro, per essere egli Cristiano, e per tal cagione ancora martire di Gesù Cristo.

La congettura (prosegue) sembrami non mal fondata sopra un’antica iscrizione in marmo, della lunghezza di sette palmi e poco più di uno largo, che serbasi nella Confessione della chiesa di santa Martina alle radici del Campidoglio....

Le lettere di questa lapide non sono di eccellente scultura, benchè fatte in tempo di Vespasiano, in cui fiorivano in Roma le buone arti; e molte parole di essa non sono staccate: ma ciò non dee recar maraviglia, posciachè non poterono i fedeli, fra le loro angustie, fare scolpire questa iscrizione da qualche eccellente maestro gentile; e perciò anche quasi tutti i monumenti cimiteriali sono per lo più di cattivi o non ben formati caratteri, quantunque siano de’ tempi migliori. Di questa iscrizione non fece memoria Marsilio Onorato, ecc....».

Il tenore dell’epigrafe già noi l’abbiamo veduto. Qui basterà riportarne la traduzione, che lo stesso Marangoni[423] fa nella nostra italiana favella:

«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele?

Premiato sei colla morte, o Gaudenzio.