Domiziano (81-96), figlio di Vespasiano e fratello di Tito, fece celebrare durante il suo impero, sontuosi spettacoli in quell’Anfiteatro, che egli avea portato a perfetto compimento. Di questi giuochi ce ne parla Suetonio[433]; e fra i varî spettacoli vi fu pur data una pugna navale. Ma avvedutosi Domiziano che l’Anfiteatro non si prestava ai grandi combattimenti navali, fè costruire presso il Tevere una naumachia, il cui materiale fu poscia impiegato da Traiano al risarcimento dei due fianchi del Circo Massimo, che s’erano incendiati[434]. In questa naumachia si potevano azzuffare delle vere flotte[435]; ma tali giuochi non son da confondersi con la pugna navale che Domiziano diè nell’Anfiteatro Flavio.
Domiziano amò assai le venationes e gli spettacoli gladiatorî; e talvolta, perfin di notte, alla luce delle faci, assisteva ai certami esibiti non solo dagli uomini ma pur dalle donne; e per tutto il tempo degli spettacoli intrattenevasi, talor seriamente, con un fanciullo, puerulus, che gli stava ai piedi vestito di scarlatto, coccinatus, e che era una maraviglia per la sua portentosa sebben piccola testa[436].
Io penso che questo fanciullo portentoso parvoque capite, prediletto da Domiziano e col quale fabulabatur nonnumquam serio, possa essere l’undicenne Q. Sulpicio Massimo coronato dallo stesso Domiziano in Campidoglio, per avere, nel concorso poetico indetto nel terzo lustro o certame dell’agone capitolino, riportato l’onore del primato sopra cinquantadue competitori, grecamente poetando: il cui sepolcro venne in luce nel 1871 nel demolire la torre destra della Porta Salaria[437].
Un dì, seduto sulle gradinate dell’Anfiteatro, trovavasi un padre di famiglia, il quale, parlando, asserì che «un Trece o Mirmillone, non poteva paragonarsi a quel gladiatore che allora dava uno spettacolo al popolo». Risaputolo Domiziano ordinò che dai gradus quegli passasse tosto nell’arena, e divenisse preda dei cani. Dietro le spalle gli mise la scritta: «Empiamente ha parlato questo parmulario», ossia fautore dei Traci, i quali, come si disse nell’introduzione, erano armati di parma[438].
Marziale[439] scrisse l’ultimo epigramma dopo la morte di Domiziano; poichè dice di lui che più giovevole cosa sarebbe stata alla gente Flavia il non avere avuto i due degnissimi Imperatori Vespasiano e Tito, che l’aver sortito questo terzo Cesare, malvagio e scelleratissimo.
Domiziano fu uno dei più bravi arcieri[440]; talvolta prendeva di mira la palma destra di un fanciullo, che, in lontananza, teneva stesa, e vi dirigeva le frecce con tant’arte da farle passare innocue fra gli intervalli delle dita[441].
Nell’anfiteatro della sua villa Albana fe’ combattere cogli strali, da vicino e senza armatura, contro gli orsi della Numidia, Acilio Glabrione, il quale fu console nell’anno 91 dell’êra volgare:
Profuit ergo nihil misero quod cominus ursos
Figebat numidas albana nudus arena[442].
Lo stesso Imperatore uccideva a centinaia le belve di vario genere, e tra queste uccise un enorme leone africano[443].