Dal palazzo, o casa Commodiana Palatina, si trasferì alla casa Vectiliana sul Celio, adducendo a pretesto che in quello gli spettri turbavano i suoi sonni. Contro ogni consuetudine, ordinò che gli spettatori assistessero agli spettacoli non togati, ma vestiti del gabbano (paenula) come nei funerali; ed egli stesso talvolta presiedeva ai giuochi in veste di color bruno. Per due volte gli cadde l’elmo alla porta Libitinensis, che era quella porta per la quale negli anfiteatri si estraevano fuori dell’arena i cadaveri dei gladiatori[473].
Poco prima che Commodo morisse, già da sè stesso erasi procacciati auguri funesti. Erodiano narra che Lucilla, sorella di Commodo, tramò la famosa congiura contro la vita del fratello. Quinziano faceva parte di questa congiura: apparteneva all’ordine senatorio, ed era di animo pronto ed audace. Un giorno questi si nascose in quell’oscuro andito che noi già descrivemmo nel cap. terzo; e, veduto comparire l’Imperatore, snudò improvvisamente il pugnale, e ad alta voce esclamò: «il Senato ti manda questo!» Ma mentre così parlava e stoltamente ostentava il nudo pugnale, venne arrestato dalle guardie, e condannato a morte insieme cogli altri congiurati[474].
Mai s’era visto nè udito, dice lo stesso storico, che un Imperatore sfidasse i più rinomati gladiatori, ed uccidesse di propria mano tante fiere. Sicchè da ogni angolo d’Italia e dalle regioni finitime accorrevano le genti in Roma, per assistere a quegli straordinarî spettacoli.
Nel giorno stabilito, il nostro Anfiteatro rigurgitava di gente. Commodo scendeva sull’arena, e in destrezza superava i più eccellenti tiratori di arco (i Parti) ed i più bravi lanciatori di giavelotti (i Numidi). Dione, anch’esso ascritto all’ordine senatorio, racconta le prodezze ed i combattimenti di Commodo[475]. Alle sue Storie Romane rimettiamo coloro che bramassero averne una contezza particolareggiata. Noi, per non essere troppo prolissi, ci limitiamo a ricordare sommariamente che Commodo, prima di portarsi all’Anfiteatro, soleva indossare una tunica serica con maniche, bianca e trinata di oro. Dione e tutti i senatori lo salutavano ornato di quell’abito. Lungo la via che conduceva all’Anfiteatro, si portava innanzi ad esso la pelle di un leone e la clava. «Nel primo giorno (dice Dione) ei solo, Commodo, uccise cento leoni, girando intorno alla banchina posta sotto il podio. Tutto l’Anfiteatro era stato diviso da diametri connessi, con tetto e peridromo[476], i quali tagliavano l’Anfiteatro in doppia direzione[477] per potere con dardi più facilmente trafiggere le belve».
Racconta lo stesso storico che Commodo scese dal luogo più elevato al piano dell’Anfiteatro; e qualunque bestia da macello che a lui s’avvicinava, tosto l’uccideva; e che inoltre fece cadere una tigre, un ippopotamo ed un elefante. Dopo il pranzo entrava nella pugna gladiatoria....... Con esso pugnavano i maestri dei giuochi, ed anche altri gladiatori.... dai quali in altro non differiva che in questo: essi discendevano nell’arena per poche monete, mentre Commodo si contentava ogni giorno di venticinque miriadi![478] Simili spettacoli durarono quattordici giorni; e mentre Commodo combatteva, noi Senatori (prosegue Dione) ci raccoglievamo colà coi cavalieri..... Prorompevamo con altissime grida, nelle solite acclamazioni; e talvolta esclamavamo: «Signore sei tu, primo, felicissimo; vinci, a memoria di uomini, Amazonio!»
Molti del popolo neppure entravano nell’Anfiteatro: alcuni poi si dipartivano dopo essersi arrestati un momento a guardare: chi indotto dalla vergogna delle cose che ivi si facevano, e chi per timore. Erasi infatti sparsa la voce che l’Imperatore avea stabilito di trafiggere con saette gli spettatori: di fare, cioè, ciò che fece Ercole cogli Stinfalidi. Il popolo, d’altra parte, avea ben donde di ritenere per vera quella voce che circolava; giacchè non ignorava che quel mostro una volta riunì in un luogo tutti gli storpi, gli zoppi, ecc.; ed avendo loro circondato le ginocchia con figure di serpenti, e date ad essi delle spugne perchè le lanciassero, quasi fossero pietre, e considerandoli quali giganti, li percosse e li uccise.
«Questo timore[479], era a tutti comune, nè più agli altri che a noi stessi appartenenti; perciocchè anche a noi senatori tal giuoco fece che per quella cagione certissimo eccidio avessimo ad aspettarci. Conciossiachè ucciso avendo egli uno struzzo (Στρουδός), e tagliato ad esso il capo, si accostò al luogo ove sedevamo; e quel capo stendendo a noi colla sinistra, colla destra la spada sanguinosa, nulla disse in vero; il capo suo soltanto crollò, sogghignando colla bocca, a fine di mostrare che la stessa cosa avrebbe a noi fatta. Per la qual cosa movendosi molti al riso, perchè quell’atto invece di timore il riso aveva in noi eccitato, sarebbero stati essi con quella spada medesima trucidati, se io masticate non avessi le foglie del lauro che nella corona aveva; e persuaso non avessi agli altri tutti di fare lo stesso; affinchè con un movimento continuato della bocca, celare potessimo gli indizi del riso........ Nell’ultimo giorno de’ giuochi il di lui elmo fu altrove recato per la porta per la quale sogliono fare uscire i defunti. E da queste cose nacque in tutti l’opinione che la di lui morte fosse assolutamente vicina».
Sotto l’impero di Commodo, la professione di gladiatore, che prima era infame per legge, addivenne tanto nobile, che si formò il collegio Silvano Aureliano, il quale era composto di quattro decurie, ed aveva a sua disposizione un tempio dedicato a Silvano[480]. Alla stessa epoca probabilmente rimonta pur anche il collegio degli Arenarî o Bestiarî, del quale fa menzione una lapide modenese[481].
Settimio Severo, per celebrare il proprio ritorno, il decennio del suo impero e le vittorie da lui riportate, diè nell’Anfiteatro Flavio varî spettacoli. Dione[482] ce li descrive così: In quell’occasione «sessanta cignali Plauziani[483], per disposizione fatta, tra di essi pugnarono, ed uccise furono molte altre bestie, e principalmente un elefante ed un corocota[484]. Questo è un animale indiano; e allora per la prima volta che io sappia, fu portato in Roma. Il suo colore è quello della lionessa, mescolato con quello della tigre; la sua figura partecipa degli animali medesimi, ed anche di quella del cane e della volpe per singolare radunamento. E formato essendo il ricettacolo delle fiere nell’Anfiteatro a foggia di una nave, così che 400 fiere racchiuder potesse[485] e mandare fuori in una volta; sciolta essendosi quella nave all’improvviso, ne scapparono fuori orsi, lionesse, pantere, lioni, struzzi, asini selvatici, bisonti, i quali sono una specie di buoi barbara per natura ed all’aspetto. Adunque 700 fiere in tutto e bestie da macello furono vedute scorrere, a vicenda; e quindi rimanere uccise. Imperciocchè secondo il numero dei giorni delle feste, che sette furono, sette centinaia di bestie furono ammazzate».