Il Maffei, il Mazzocchi, il Nibby ed altri ritengono che l’Anfiteatro Flavio non abbia preso il nome di Colosseo per il Colosso, ma per la sua colossale mole. Ecco le parole del Maffei[580].

«Questa mirabil mole chiamasi in Roma per tradizione immemorabile il Coliseo; in latino si trova scritto Coliseum o Colosseum. Il comune consenso dei moderni scrittori ha già fissato da gran tempo, che così si denominasse l’Anfiteatro dal popolo, perchè in poca distanza da esso stesse il Colosso di Nerone: ma alcune considerazioni io proporrò, perchè altri giudichi se così debba continuarsi a credere. Il Colosso di Nerone[581] alto 120 piedi, opera di Zenodoro, fu collocato nel vestibolo della sua Casa aurea. Abbiamo un epigramma di Marziale[582] per cui si trova Tito d’aver restituita all’uso pubblico, e convertita in benefizio comune quella grande parte di Roma che Nerone aveva occupata con la sua casa. Vediamo in esso, come ov’era prima l’atrio, Tito fece strada, in poca distanza dalla quale era il Colosso, e vediamo come la venerabil mole dell’Anfiteatro non fu alzata nel sito dell’atrio, o sia del vestibolo, ma in quello delle peschiere (stagna Neronis erant), che dovean certamente essere dal vestibolo assai lontane. Presso all’Anfiteatro, ov’eran prima orti e passeggi, fece Terme chiamate da Marziale veloci doni (velocia munera); la ragione appar da Suetonio, che dice furono edificate in fretta (celeriter extrudis).

«Altre osservazioni ancora par che persuadano rimanesse in non piccola distanza dall’Anfiteatro il Colosso di Nerone. Fu esso poi mosso dal suo luogo, e fatto trasportare da Adriano: secondo Sparziano fu allora dedicato al Sole; ma sappiam da Plinio[583], damnatis sceleribus illius principis, che ciò era fatto fin dai suoi tempi, in odio alle scelleraggini di Nerone, e però quando il fece ristorar Vespasiano, di che parla Suetonio. Commodo poi lo tramutò di nuovo, fattagli levar la testa con riporvi la sua. Ora dice Sparziano che nel sito ov’era prima il Colosso, fu poi fatto il Tempio della Dea Roma (De eo loco in quo nunc templum Urbis est), quale non sarà certamente stato a ridosso dell’Anfiteatro; anzi convien dire ne fosse assai lontano, s’è il mentovato da Vittore in region diversa (Templum urbis Romae). L’istesso autore mette pure in region diversa dall’Anfiteatro un Colosso, distinto tra gli altri, e di consimil grandezza, che per quello appunto di cui si parla, par si palesi dall’aver avuto sette raggi intorno al capo, che lo denotavano sacro al Sole. Non potè adunque denominarsi l’Anfiteatro da statua, che non gli era prossima, nè attinente per nessun conto».

La prima parte dell’argomentazione del Maffei si basa chiaramente sopra un falso supposto. Egli infatti crede che il Colosso di Nerone fosse assai lontano dall’Anfiteatro, mentre ormai nessuno dubita che il tempio di Venere e Roma, ossia il templum Urbis di Sparziano, trovavasi immediatamente di fronte al Colosseo; e quindi sappiamo di certo il posto ove Adriano collocò il Colosso.

Sicchè è cosa positiva l’opposto di quanto opinava l’illustre storico Veronese; e il Colosso di Nerone, dedicato al Sole, fu sempre vicino all’Anfiteatro, e dopo il suo traslocamento trovavasi tanto prossimo ad esso, che se avesse avute aperte le braccia, avrebbe potuto quasi toccare colla mano i travertini del Colosseo.

Ma prosegue il Maffei: «che se prossimo ancora fosse stato un colosso a così vasto e dominante edifizio, anzi che dato il nome è assai più credibile l’avesse preso: e n’abbiam chiaro l’esempio, ove riferisce Plinio[584]: vocatur Pompeianus a vicinitate theatri, che un colosso di Giove, grande come una torre, fatto porre nel Campo Marzio da Claudio, per esser vicino al teatro di Pompeo, acquistò il nome di Pompeiano».

Il Colosso di Nerone sorse pur troppo vicinissimo all’Anfiteatro, eppure non prese il nome di Flavius o Flavianus! Nessuno degli scrittori antichi ce lo ricorda infatti con questo appellativo.

Gli ultimi due argomenti del Maffei sono i seguenti:

«Che se altri mi richiede, donde adunque originata io pensi tal denominazione, dirò che da null’altro, se non dal comparir questo edifizio tra tutti gli altri, quel che era tra le statue un colosso, e dall’uso antico di chiamar così tutto ciò che eccedesse in grandezza. Vennemi questo pensiero gran tempo fa nel leggere in Suetonio, come a tempo di Caligola Esio Proculo per l’insigne ampiezza e bella forma del suo corpo veniva chiamato Colossero o Colosseo; come forse in quel luogo deve scriversi: ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosserus dictus[585]».

Aggiunti altri esempî consimili, così prosegue;