«Mi accertai del tutto scorrendo poi l’Istoria d’Erchemperto Monaco dell’edizione di Camillo Pellegrini, replicata ora nel tomo secondo delle Cose Italiche; perchè due volte in essa chiamasi colosso (forse è da legger Colosseo) l’anfiteatro di Capua, dove non era certamente il Colosso di Nerone. Appar però manifestamente, come si dava tal nome agli anfiteatri dal popolo, per la loro maravigliosa altezza».

Tralascio gli esempî tolti dalla straordinaria grandezza dei corpi umani, perchè appunto da questi esempî si fa manifesto che il nome colosso fu sempre proprio delle statue gigantesche, e che da queste passò a significar coso di grande mole; e vengo all’ultimo argomento.

Il monaco Erchemperto chiamò colosso e forse Colosseo l’Anfiteatro di Capua, ove non era certamente il Colosso di Nerone; ma lo chiamò così quando l’Anfiteatro Flavio già da tempo dicevasi Colosseo; e se il suddetto monaco chiamò con questo nome l’Anfiteatro di Capua, dovè così chiamarlo come appunto un contadino (che io conobbi mentre egli era al servizio di un mio amico) soleva chiamare Via Appia qualunque antica via lastricata di poligoni di lava basaltina[586].

Il Mazzocchi non aggiunge agli argomenti del Maffei che l’autorità di Esichio. È vero che gli etimologisti greci fanno derivare la parola κολοσσός dallo sforzo che fa la vista per giungere ad una grande altezza; ma è pur certo che questo vocabolo κολοσσός e dai Greci e dai Latini fu costantemente usato ad indicare le statue di straordinaria grandezza.

Il Nibby finalmente dice di non poter ammettere che l’Anfiteatro Flavio abbia preso il nome dal Colosso di Nerone, perchè nei tempi barbari questo non più esisteva. L’opinione del Nibby trova una risposta nella spiegazione già da me enunciata, e che io immaginai per poterci rendere ragione del come il Donati e gli altri dotti di sopra citati abbiano potuto ritenere che l’Anfiteatro Flavio prendesse il nome di Colosseo dal Colosso di Nerone.

Rimane ad esaminare l’opinione del Corvisieri, il quale crede che la voce Coliseo abbia tratto origine da Collis Isaeum. Ecco le sue parole: «.... Nel perdere il suo nome una contrada, quello talvolta non dispariva del tutto ma rimaneva appiccato ad un monumento vicino; come avvenne dell’Anfiteatro Flavio che prese nome di Colliseo da una vicina contrada così detta dall’Iseo sulle falde del colle Esquilino.... È d’avvertirsi che sì l’una che l’altra lezione[587] conservano chiare le forme del Collis Ysaeum, vocabolo poi convertito per eufonia in Collisaeum, il quale, come da per sè suona, non potè mai appartenere in origine all’Anfiteatro Flavio; ma bensì ad un tempio della Dea Iside, detto dal colle per la sua giacitura, ed anche per distinguerlo da qualsifosse altro tempio dello stesso titolo. L’anonimo Einsidlense, che si vuol vissuto tra l’VIII e il IX secolo, ebbe occasione di nominare nel suo schema topografico di Roma l’Anfiteatro Flavio, ma lo disse Amphitheatrum e non già Collosaeum, nè Colisaeum. Ho esaminato inoltre le leggende dei SS. Martiri, utilissime a rischiarare la topografia di Roma nel medio evo, come quelle che in buona parte, secondo la sana critica, si reputano esercitazioni rettoriche della letteratura monastica di quel tempo; e non ho mai trovato abbiano detto altrimenti che Anfiteatro quel luogo, il quale, per essere stato destinato alla morte di tanti campioni del cristianesimo, ebbero spesso il bisogno di nominare. La terza regione di Roma fu appunto detta di Iside dal tempio di questa Dea, che come principal monumento vi dovea figurare prima dell’impero di Tito e di Nerone. La memoria di questo tempio fu registrata nelle Mirabilia Romae: Coloseum fuit templum Solis, mire magnitudinis et pulchritudinis, diversis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura, et coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna que quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero Phebus etc. — Ben s’intende che il Coloseo nell’età delle Mirabilia più non esisteva, poichè se ne parla come d’un monumento che fu; e quindi la descrizione che se ne fa così impropria si deve credere basata sulla volgare tradizione del popolo, il quale, lontano dai tempi dell’idolatria, potè facilmente esser tratto a credere come indizio del tempio del Sole qualche avanzo della sua decorazione che accennava ai misteriosi simboli del culto Isiaco tra’ quali avean pur luogo il Sole, la Luna ed altri segni celesti. Dobbiamo aver sempre presente che nel medio evo si giudicò assai grossamente delle nostre antichità. Rari sono que’ monumenti, anzi rarissimi, che restarono immuni da un travisamento. Rispetto al Coloseo, poco ci caglia che non si scrivesse il giusto: ma basti il vederlo indicato ben diverso dall’Anfiteatro Flavio, com’è altresì questo del Coloseo. Forse fin dai tempi di Beda era già crollato il Coliseo, secondo mi par di raccogliere dall’oscurissimo contesto delle riferite parole; nelle quali con troppa serietà s’è detto racchiudersi una giocosa predizione di quel pio scrittore.

«Il Beda parla in quel punto della vana presunzione che ha l’uomo di non errare, della facilità che ne ha, e della vergogna che gliene deriva se ne venga convinto. A rafforzare la qual sentenza pare si valesse di quel vaticinio, che, dato come infallibile e come tale creduto, egli vedeva a’ suoi tempi smentito dal fatto. Il nome di Coliseo rimase per lungo tempo attribuito alla contrada, e scomparsi gli avanzi di quel monumento, passò quindi a distinguere unicamente il vicino Anfiteatro; e fu la colossale figura di questo, per cui il popolo, ignaro della vera origine del vocabolo, lo ammodò in Colosseo. A suggellare ciò che ho detto, adduco la gravissima testimonianza di Benedetto, canonico di S. Pietro (sec. XII), dalla quale si conosce come a suo tempo fosse ancora distinto l’Anfiteatro della contrada, che, come ho detto, prese il nome di Colisseo. Descrivendo egli l’itinerario del Papa nel tornare il lunedì santo dalla Basilica Vaticana al Laterano, dice che, giunto all’arco trionfale di Costantino, divertiva a sinistra ante Amphitheatrum et per sanctam viam juxta Colliseum[588]; e queste parole c’indicano eziandio chiaramente la postura del Colliseo sulle pendici dell’Esquilino»[589].

L’argomentazione del Corvisieri si riduce a questo: A levante dell’Anfiteatro v’è una lacinia dell’Esquilino, sulla quale (secondo il ch. autore) esisteva un tempio Isiaco, creduto nel medio evo del Sole. Questo tempio dalla sua elevata posizione, per distinguerlo dagli altri d’Iside che erano in Roma, fu detto Isaeum collis, dal che collis Isaeum e finalmente Colliseum e Coliseum; termine per lungo tempo attribuito alla contrada, e che poi, dal popolo ignaro della vera origine di quel vocabolo, fu applicato all’Anfiteatro Flavio, perchè lo vedeva un colosso! La poca sodezza di questa argomentazione è palpabile: con tutto ciò è bene dimostrarla.

Ritenere che su quella parte dell’Oppio la quale guarda l’Anfiteatro Flavio, sia esistito un tempio Isiaco, è un vero abbaglio. Non v’ha infatti chi ignori che quel sito fu occupato primieramente dalla Domus aurea di Nerone, la quale estendevasi dalla somma sacra via fin oltre le Terme di Traiano, con tutte le sue parti sontuose, non esclusa la termale e la magnifica piscina detta oggi le Sette Sale: posizione determinata con chiarezza da Marziale e da Suetonio, e resa certa dalle escavazioni fatte in quella zona. Poscia sorse su quell’altura la casa di Tito; ed il rinvenimento del Laocoonte ricordato da Plinio, in Titi Imperatoris domo[590], ce l’ha dimostrato fino all’evidenza. Questa casa però non fu che la parte più nobile della Domus aurea, assegnata da Vespasiano a Tito, ed estendevasi sull’Oppio. Finalmente sopra una gran parte della domus Titi furono erette le Terme di Traiano, le quali si conservano ancora in parte, ma che nel secolo XVI si trovavano in tanto eccellente stato di conservazione, che Palladio potè lasciarcene i disegni[591]. Sappiamo inoltre che il tempio d’Iside e Serapide della IIIª regione fu ben lungi da questa cima dell’Oppio; e sebbene ad alcuni sembrò vederlo sull’estremo lembo orientale del colle, pur tuttavia la grande maggioranza degli archeologi lo ritiene sorto nella valle Merulana, presso la chiesa dei SS. Pietro e Marcellino, dove in ogni tempo vennero in luce copiosi monumenti Isiaci. Cade così la maggiore della argomentazione del Corvisieri, e con essa la conseguenza.

Tuttavia, se piacesse considerare per poco alcune prove addotte da quell’autore a sostegno della sua tesi, si troverebbero vacillanti assai. Ed invero, che dire del vaticinio così detto di Beda, e del passo delle Mirabilia riferiti dal Corvisieri al tempio d’Iside? Per ciò che riguarda il primo, converrebbe immaginarci il tempio d’Iside della III regione qualcosa di assai più celebre e grandioso del tempio di Giove Capitolino o del Pantheon, se il profeta, chiunque si fosse, fece dipendere da quel tempio le sorti di Roma e del mondo! Relativamente poi al passo delle Mirabilia, fa di mestieri osservare che questo è preso dalle Mirabilia breviata et interpolata[592] e che nella prima edizione della Mirabilia[593] e nella Graphia[594] è scritto: ante Coleseum templum Solis, e non Coleseum fuit templum Solis. Leggendo adunque, colle prime edizioni, ante Coleseum templum Solis, si rende chiaro che il templum Solis (che per il Corvisieri sarebbe lo stesso che Isaeum) non era nè poteva essere il Coloseum. Se inoltre il passo delle Mirabilia breviata et interpolata fosse stato riportato per intero, si sarebbe veduto a colpo d’occhio che le stesse Mirabilia interpolate distinguono il Colosseo dal tempio. Il passo infatti chiude con queste parole: Ante vero Coliseum fuit templum in quo fiebant cerimoniae praedicto simulacro (al Colosso del Sole). Del resto, il rozzo e molto superficialmente erudito scrittore ci dà senz’altro la descrizione dell’Anfiteatro Flavio attinta dai classici. In quel coopertum aereo celo et deaurato vi si scorge l’esametro di Calpurnio: Balteus en gemmis, en illita porticus auro. Certatim radiant....; nell’ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant, apparisce il passo di Dione: «Il teatro venatorio percosso dal fulmine.... quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse assorbita dalla forza dei lampi»; in quel per subtilis fistulas pluviae mittebantur si rileggono le parole di Seneca: Numquid dubitas, quin sparsio illa, quae ex fundamentis mediae arenae crescens in summam amphitheatri altitudinem pervenit, cum intentione aquae fiat.