Ma perchè andar più oltre colle osservazioni, se l’autore si basa su di un falso supposto?

Ecco come l’Adinolfi giudicò l’opinione del Corvisieri: «Vi è qualche erudito che vorrebbe distinguere il Coliseo da Anfiteatro, dicendo che l’Anfiteatro fosse vicino al Colle Iseo, opinione che ha della sofisticheria»[595].

Di fronte a queste disparate opinioni, il sagace e prudente lettore sceglierà quella che gli parrà più verosimile.

CAPITOLO SECONDO. Il Colosseo nel suo abbandono e poscia convertito in fortezza feudale.

Dalla metà circa del secolo VI al secolo XI il Colosseo, a quanto pare, rimase abbandonato. Nessuno scrittore di quel corso di secoli fa menzione di esso; e perciò qui ci è impossibile colmare tant’ampia lacuna.

Sennonchè questa lacuna non è soltanto propria dell’Anfiteatro Flavio, ma è comune a tutti i grandiosi monumenti pubblici di Roma; come, ad esempio, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, quelle di Diocleziano, ecc. Nè noi possiamo renderci ragione di un tal fatto, se non opinando col Nibby che questi monumenti «non ostante che più non servissero allo scopo a cui erano destinati, e per questo lasciati dallo Stato in abbandono, tuttavia rimanendo di proprietà pubblica non fosse stato permesso ai potenti privati di quei tempi di occuparli; trovando così il perchè della mancanza per tre secoli e mezzo di documenti pubblici e privati relativi a monumenti di questo genere: sicchè non ci resta che contemplarne lo stato di completo abbandono in cui si trovarono in questo periodo».

Per quanto riguarda il Colosseo, possiamo ragionevolmente supporre che fin dalla cessazione dei ludi gladiatorî la custodia dell’Anfiteatro cominciasse ad essere trascurata, e che sempre più proseguisse col rarefarsi degli spettacoli venatorî. A questa trascuranza, d’altronde legittima conseguenza delle calamitose vicende di quei tempi, e dello spopolarsi della città, attribuì Teodorico, sul finir del secolo V, la ruina dei monumenti romani, come egli stesso dice per bocca di Cassiodoro: Facilis est aedificiorum ruina incolarum subtracta custodia, et cito vetustatis decoctione resolvitur quod hominum praesentia non tuetur. La reale ruina però ebbe principio dopo l’ultimo spettacolo dato da Anicio Massimo. Il Cancellieri[596] scrisse: «Il popolo romano chiese licenza a Teodorico di ristorare le mura della città colle pietre dei gradini (del Colosseo) che si trovavano smosse». Questo fatto, il quale trova un fondamento nei danni arrecati all’Anfiteatro dall’ABOMINANDO terremoto di cui parla Venanzio, e nella giusta deduzione che quel magistrato (per lo scarso numero degli abitanti di Roma a quel tempo, e per la mancanza di mezzi proporzionati) abbia restaurato quanto era allora necessario, vale a dire l’arena ed il podio[597]; questo fatto, dico, non può esser avvenuto che nell’ultimo triennio della vita di quel re, fra il 523 ed il 526, dopo la lettera di sopra riferita, nella quale Teodorico mostra la sua ripugnanza per i giuochi sanguinarî ed il desiderio di abolirli. La quale lettera, e specialmente la sua chiusa, dovè persuadere abbastanza il popolo romano del volere del re.

Del completo abbandono dell’Anfiteatro a quel tempo, ce ne fa testimonianza un cimitero cristiano sviluppatosi appunto nei primi decennî del secolo VI a pochi passi del Colosseo, di fronte all’ingresso imperatorio che guarda l’Esquilino[598]. Questo cimitero, da non confondersi coll’altro, più recente, di S. Giacomo, situato a contatto del Colosseo dalla parte del Laterano, e che ha salvato dalla distruzione i cinque cippi terminali dell’area esterna dell’Anfiteatro, venne in luce negli scavi del 1895. Esso si trovava allo stesso livello dell’Anfiteatro, ed avea le tombe coperte con tegole improntate di bolli antichi, in nove delle quali si leggevano marchi dell’età di Teodorico. Una delle tombe, che dall’iscrizione si potè giudicare del secolo VII circa, si rinvenne all’altezza di due metri dall’antico piano dell’Anfiteatro, davanti all’ultimo pilastro orientale del portico, scoperto a piè del colle. Questo cimitero, storico documento, dopo tredici secoli di esistenza scomparve sotto il piccone che sistemava l’attuale via, la quale rasenta il Colosseo.

Lasciato l’Anfiteatro a discrezione del tempo, il primo che dovè risentirne i danni fu senza dubbio il soffitto ligneo del portico superiore, il quale pian piano dovè corrompersi, lasciando libere a sè stesse le colonne che lo sostenevano; e queste, nel violento terremoto che colpì l’Italia nell’aprile dell’anno 801, e recò a Roma danni gravissimi (tra i quali la ruina della basilica di S. Paolo), dovettero precipitare giù per la cavea, e sprofondare nell’ipogeo dell’arena[599]. Dopo questa catastrofe più che mai trovarono alimento alla vegetazione piante ed arbusti, che, come scrisse vivacemente il Tournon: plantant leurs racines dans les interstices des pierres, avaient pris, sur les rampes ruinées, la place des spectateurs: fu questo senza dubbio il colmo della flora del Colosseo!

Quelle caverne e quelle boscaglie dovettero dare, con ogni verosimiglianza, comodo ricetto ad animali d’ogni sorta, non esclusi i lupi, i quali, come leggesi in una bolla di Paolo II, fin all’anno 1466, ancor s’aggiravan di notte presso la basilica Vaticana in cerca di preda. Corpora fidelium quae humabantur in coemeterio dicti campi (Teutonico) saepe numero reperta fuissent a lupis exhumata.