Finalmente l’Anfiteatro uscì da questo stato di squallido abbandono, entrando in una nuova fase.
Sul finire del secolo XI l’Anfiteatro Flavio subì le medesime vicissitudini che subirono gli altri grandiosi edifici di Roma antica. Gli Orsini occuparono la Mole Adriana — già nel 985[600], stata occupata da Crescenzio Nomentano — per molestare Papa Giovanni XVI; ed il Teatro di Marcello. I Colonnesi presero possesso del Mausoleo d’Augusto e delle Terme di Costantino sul Quirinale; ed il Settizonio di Severo e l’Anfiteatro Flavio vennero occupati dai Frangipani, discendenti della nobile famiglia Anicia, secondo alcuni, od originarî di Cori e discendenti dai de Imperio, de Imperatore, de Imperato, Imperii, secondo altri[601].
E qui cade in acconcio rivolgerci una domanda: fu un utile, ovvero fu un danno per gli antichi monumenti, l’esser passati nelle mani di nobili famiglie romane? — Se consideriamo i pubblici monumenti come cosa che dovea rimanere di pubblico dominio (dei quali, d’altronde, l’autorità legittima in nome e ad utilità del popolo potea disporre); e se osserviamo la cosa sotto l’aspetto che i monumenti, caduti nelle mani dei privati, facilmente possono venir deturpati, modificati, ed anche parzialmente distrutti; non possiamo lodare tali atti d’impadronimento. Ma se si rifletta che soltanto i monumenti posseduti dai nobili; che soltanto i materiali e le decorazioni dei monumenti distrutti, trasferiti nei musei o adoperati in pubblici usi, nelle chiese, ecc., si sono potuti sottrarre ai colpi del piccone demolitore, o agli insulti della barbarie, o alla cieca cupidigia di chi tutto sacrifica al guadagno; se si rifletta, dico, a tutto questo, dovremo riconoscere che per i monumenti non fu un vero danno, ma piuttosto un bene l’esser passati in possesso privato delle nobili famiglie. Che rimarrebbe oggi della tomba di Cecilia Metella, del teatro di Marcello, del Pantheon, ecc., se nella barbara età di mezzo non fossero stati ridotti in fortezze o in case feudali, e l’ultimo in tempio cristiano? La fine di tante statue colonne ed altri marmi, che ornarono tanti magnifici edifizî, non sarebbe stata in una fornace?..... Mi si perdoni questa digressione, e torniamo all’argomento.
Noi abbiamo notizia di un Benedetto Frangipane, che nel secolo V, essendo Patriarca d’Occidente, ebbe la sua dimora in Trastevere[602], ove possedeva palazzi, case ed il ponte senatorio: e nella bandiera del rione Trastevere campeggia ancora il leone degli Anicî. Sulla pianta del Nolli poi, pubblicata nel 1748, la via che tuttora si chiama ANICIA, viene denominata VIA FRANGIPANE.
I discendenti di questa famiglia emigrarono successivamente in varî luoghi; e quei che rimasero in Roma ebbero il loro centro principale sul Palatino, là proprio dove un tempo dimorarono i Papi, e dove nel secolo IX sorse l’episcopio di Giovanni VIII. Quest’edificio era a poca distanza dell’Arco di Tito; ed appunto fra l’Arco e l’episcopio i Frangipani innalzarono una torre, che i cronisti ricordano come il luogo più sicuro della curia e della cancelleria ecclesiastica: locus tutissimus curiae. Questa torre, detta perciò Chartularia, fu innalzata su i resti di un antico edifizio, e trovavasi a sinistra di chi dal Colosseo s’avanza verso l’Arco di Tito[603].
Oltre alla torre Chartularia, i Frangipani adoperarono a loro fortezze gli archi di Tito e di Costantino. Ma la fortezza principale dei Frangipani era presso il Colosseo; anzi era una parte stessa di questo Anfiteatro, il quale fu posseduto da questa famiglia fin dall’anno 1130; e possedevano inoltre in quel rione due corpi di case. Il primo era sulla piazza di S. Giacomo, il secondo trovavasi presso l’Arco di Tito. Il Papa Innocenzo II[604], a fine di ripararsi dalla fiera persecuzione dell’antipapa Anacleto II[605], si rifugiò nelle fortezze dei Frangipani presso il Colosseo. Il card. d’Aragona, nella vita di quel Pontefice, scrisse: Ad tutas domos Frangipanum de Laterano descendit, et apud S. Mariam novam et Chartulariam atque Colossaeum[606]. Tolomeo Lucchese dice: Recollegit in domibus Frangepaniorum quae in Coliseo erant. F. Tolomeo, vescovo di Torcello, contemporaneo, nella storia del suo tempo[607] scrive che nell’anno 1133 Innocenzo II se recollegit in domibus Frangipanensium, quae erant infra Colisaeum, quia dicta munitio fuit tota eorum. I Frangipani ebbero presso il Colosseo due case. In quale di esse il Pontefice Innocenzo II si ricoverò? Qualche moderno scrittore opina che si ricoverasse in quella del Colosseo, basando la sua opinione sulle riferite parole di Tolomeo Lucchese, e dalla frase infra Colisaeum, usata da altri scrittori. L’Adinolfi è di parere che la parola «infra» possa interpretarsi abbasso od innanzi al Colosseo; sicchè il loro detto poco varrebbe a sciogliere il nodo della questione. Le parole del Lucchese sono più chiare, e sembra indicare la casa che corrispondeva alla piazza di S. Giacomo e che comunicava col Colosseo. Ciò non ostante, conchiude, non è da stimare per certissima, non essendo più case di essi addossate al Colosseo, ma una solamente.
Dalle parole del vescovo di Torcello si deduce che il Colosseo era stato cangiato in vera fortezza (munitio), difesa da genti armate e soldati, e che apparteneva alla famiglia dei Frangipani, quia dicta munitio fuit tota eorum.
La mole resistette agli attacchi della fazione parteggiante per l’antipapa, il quale, furente ed acceso di collera, andò a saccheggiare la Basilica Vaticana, il Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre chiese di Roma, servendosi delle usurpate ricchezze per corrompere i Romani, onde farsi da questi sostenere.
Innocenzo II passò in Francia, e vi si trattenne fino alla morte dell’ex ebreo Anacleto II. Al suo ritorno (il quale avvenne nel 1142), dovè con sommo suo dispiacere, assistere alla cerimonia della ripristinazione del Senato Romano e della Repubblica, la quale occupò il Colosseo e tutte le altre torri e fortezze dei Frangipani, nonchè quelle tenute dagli altri baroni creduti avversi al governo popolare[608].
«Spenta la persecuzione fatta da Pietro di Pier Leone (antipapa Anacleto II), si accese nel popolo romano la brama di ridurre nel proprio dominio Tivoli ed altre città del Lazio. In sulle prime rimasero vincitori i Tivolesi, ma poi ebbero la vittoria i Romani, sicchè quelli domandarono mercè al Pontefice, e l’ottennero. Dispiacque la concessione ai Romani; e, indignatisi contro Innocenzo, posero in vigore l’antico Senato. La famiglia Frangipani, che avea accolto nelle sue fortezze il Pontefice, fu tenuta dal popolo come nemica, e la torre Chartularia ed il Colosseo caddero in sue mani»[609].