Ma la Repubblica e i partiti popolari sono non di rado violente bufere che duran poco. Quando i popoli s’avveggono dell’inganno e del lucroso mestiere dei suoi corifei, dànno un passo indietro e tornano alla calma, tanto loro proficua e necessaria. Pochi anni dopo[610] Alessandro III, veduta in fiamme la chiesa di S. Maria in Torre, e la Basilica di S. Pietro nelle mani di Federico I; e, per le tante insidie tesegli dall’esercito di quest’Imperatore, trovandosi nella dura necessità di abbandonare il palazzo Lateranense; insieme ai cardinali ed ai vescovi discese alle sicure case dei Frangipani presso S. Maria Nuova, la Torre Chartularia ed il Colosseo: e quivi ogni giorno s’adunavano le Congregazioni, si trattavano cause e si davano risposte[611].
«In quell’epoca, dice il Gori[612] il Colosseo divenne la fortezza tutelare della libertà (sic) pontificia»; e dal Panvinio[613] apprendiamo che in quell’epoca «il Colosseo comunicò il suo nome ad una regione di Roma della quale i Frangipani erano i capitani, ed i cui bandonarii precedevano colle insegne il Papa nel dì dell’incoronazione».
Alessandro III scomunicò Federico I, e, forse nell’Agosto del 1167, partì da Roma, per maggior sicurezza, nelle due galere o battelli armati che aveagli mandato sul Tevere il re di Sicilia, Guglielmo[614].
Verso la fine del pontificato d’Innocenzo III (1216), Pietro Annibaldi, nipote per parte di donna del suddetto papa Innocenzo III[615], volle edificare una torre nelle vicinanze dell’Anfiteatro, onde poter attaccare i Frangipani e far loro abbandonare il Colosseo. Le torri degli Annibaldi erano sulla sostruzione del tempio di Venere e Roma, e se ne trova una traccia nella pianta di Leonardo Bufalino.
Ma i Frangipani non rimasero inerti, e dalla torre di Naione[616] e dallo stesso Colosseo procurarono mandare a vuoto il disegno degli Annibaldi. Questi però non si scoraggirono, ed il desiderio d’occupare il Colosseo era il loro sogno dorato[617]; ed ecco che si presenta loro un’occasione propizia. Federico II si porta in Acquapendente: si manifesta persecutore della Chiesa; rompe le relazioni con papa Gregorio IX, e mette in iscompiglio la città di Roma. L’Imperatore ebbe per un momento il sopravvento; e gli Annibaldeschi approfittarono di questa congiuntura per ottenere che Federico II forzasse i Frangipani, Enrico e Giacomo, a ceder loro la metà del Colosseo coll’annesso palazzo, e a sanzionare la cessione con giuramento[618]. Forse sull’altra metà aveva diritto il Senato Romano fin dai tempi di Corrado, allorquando fu violentemente presa; e ciò per porre nelle mani dei suoi favoreggiatori metà dell’ampio edificio.
E per giungere a tale determinazione, debbon esser sopraggiunti dei fatti che noi ignoriamo; poichè Federico II, all’epoca di Gregorio IX, quando era in possesso di quella fortezza, fu da Pietro Frangipane molto ben trattato.
I Frangipani, alla lor volta, reclamarono presso Innocenzo IV, domandandogli l’annullamento di quel trattato. Il papa annuì, e con breve del 18 marzo 1244 dichiarò nulla la cessione del Colosseo, per non essere stata opportunamente chiesta dai Frangipani l’indispensabile facoltà di poter cedere un luogo del quale essi non eran padroni, ma semplici feudatarî del sovrano Pontefice; e dichiarò pur nulla la permuta degli altri beni, perchè fatta non con libertà, ma sotto la violenza e le minacce di Federico II. Ecco il tenore della bolla: «Quum sicut lecta coram nobis vestra petitio continebat, nuper apud Aquapendentem in presentia Principis constituti, eidem ad suam instantiam ipsius timore perterriti, medietatem Colisei cum palatio exteriore sibi adiacente et omnibus iuribus ad ipsam medietatem pertinentibus dilecto filio Anibaldo civi romano titulo pignoris obligata, quae ab Ecclesia Romana tenetis in feudum de facto cum de iure nequiveretis, duxeritis concedenda, praestitis nihilominus iuramentis vos contra concessionem huiusmodi non venturos, licet ex hoc essetis non immerito puniendi, attendentes tamen, quod coacti quodammodo terrore tanti principis id fecistis, concessionem huiusmodi nullam esse penitus nuntiantes praedicta ad vestrum et Ecclesiae Romanae ius et proprietatem auctoritate praedicta revocamus: iuramentis praedictis nihilominus relaxatis, eadem auctoritate excomunicationis vinculo, ac poenae quinque millium marcharum argenti omnes qui contravenire praesumserit supponentes»[619].
Il Sommo Pontefice (per impedire che il Colosseo andasse a cadere nelle mani di Federico II, con grave danno di Roma) dichiarò formalmente esser l’Anfiteatro di diretto dominio della Santa Sede; e per questa pontificia dichiarazione si vennero a far manifeste le differenti opinioni dei varî partiti; poichè alcuni credevano che il Colosseo appartenesse alla Chiesa, mentre altri ritenevano appartenesse all’Imperatore.
Annullato il contratto, gli Annibaldeschi dovettero abbandonare il Colosseo, ove in quel frattempo avevano abitato: Annibaldenses quoque Romani Proceres se munierunt, in Colossaeo, in eoque habitarunt, quemadmodum antea Frangipanes[620]; e i Frangipani tornarono nel loro primitivo possesso.
«E quanto alle abitazioni fatte dai Frangipani entro il Colosseo, si riconoscono fino al presente le muraglie che occupano e dividono fra gli archi esteriori e gli interiori sopra l’antiche scalinate, al numero di 13 verso il Laterano, onde il circuito era molto considerevole, ed è a credersi, che fossero anche similmente chiusi quelli dell’ordine inferiore corrispondenti; ed in effetto nel pavimento dei superiori si scorgono aperture fatte per poter discendere con scale alle parti inferiori; ed anche si veggono nella stessa parte superiore chiusi i pilastri dei due portici nel mezzo, e formano due ambulacri, sino ove tagliato si vede tutto l’ordine dell’elevazione esteriore»[621].