Sul declinare del secolo XIII e sugli esordî del XIV, gli Annibaldi, malgrado la bolla pontificia, approfittando dei torbidi che agitarono Roma, tornarono in possesso del Colosseo. Però nel 1312[622], dopo il solenne banchetto tenuto in Roma dall’Imperatore Enrico VII, il quale era venuto nell’alma Città per ricevere la corona imperiale dai legati spediti da Avignone dal Papa Clemente V, lo stesso Imperatore costrinse gli Annibaldi a rendere alla S. Sede i palazzi e le fortezze delle Milizie, come pure la torre di S. Marco ed il Colosseo: Annibaldumque Militiarum palatia, munitionesque, ac turrim S. Marci et Colisaeum, quorum possessor erat reddere cöegit. «Non è a credere, dice l’Adinolfi[623], che tutto l’edifizio anfiteatrale fosse da questi abitato, benchè molte sue parti fossero state o chiuse o afforzate da loro per guarentirlo dalle parti contrarie all’una od all’altra famiglia. Occuparono fino al secondo piano dell’edifizio»[624].
Verso la metà del secolo XIV i Frangipani possedevano ancora un palazzo presso il Colosseo. Nell’archivio Lateranense[625] v’è un istrumento in data 22 Ottobre 1238, per il quale Pietro Riccardo Frangipane vendè ad Orso Orsini quartam partem Palatii magni et domorum junctorum Coliseo et prope Coliseum.
I Legati Pontificî posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo, il quale, come vedremo nel prossimo capitolo, fu nuovamente destinato ai pubblici spettacoli.
CAPITOLO TERZO. Il Colosseo nelle mani del Senato Romano — Giostre in esso celebrate.
Sotto il pontificato di Clemente V Roma e l’Italia trovavansi travagliate da gravi dissensioni. Il Papa, per riparare a tali mali e per il buon governo dell’una e dell’altra, inviò da Avignone tre Cardinali[626] i quali, come abbiam detto nel passato capitolo, posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo.
Ludovico Bonconte Monaldeschi, nei suoi Frammenti delle cose accadute dall’anno 1328 sino all’anno 1340, riferisce che il giorno 3 Settembre dell’anno 1332[627] il Senato Romano, in occasione della venuta di Ludovico il Bavaro, volle celebrare nell’Anfiteatro Flavio una caccia di tori. Questo racconto fu criticato e messo in dubbio da Leone Allacci, ma ritenuto come storico dal Muratori, dal Manzi, dal Nibby, dal Visconti, dall’Adinolfi, dal Lanciani, ecc. ed anche dal Gregorovius, il quale nelle due prime edizioni della sua Storia non dubita punto della storicità del fatto, ma poi nella terza e quarta edizione, benchè narri il racconto, nondimeno fa notare che la sorgente di esso porta tutti i caratteri della non autenticità.
Non v’ha dubbio che la Historia Monaldesca contiene parecchie cose che ci autorizzano a dichiararla qual lavoro di un falsario e probabilmente del noto Ceccarelli condannato a morte da Gregorio XIII per aver falsificato, come dice la sentenza, parecchi documenti precipuamente della famiglia Anguillara, ac etiam diversa Imperatorum privilegia, genealogias et historias. Ma il Fumi[628] (sostenitore della falsità della Cronaca e dell’opinione che le assegna per autore il Ceccarelli) scrive: «Egli (il Ceccarelli) razzolò lungamente negli archivî di Orvieto.... ed ebbe agio di consultare cronache e carte di casa Monaldeschi per comporre la sua Historia Monaldesca, dove seppe così bene mescolare cose VERE a cose false, da non poter scorger di leggieri dove l’inganno sia nascosto». Ora, ammettendo quanto il Fumi dichiara, non potremo noi opinare coi succitati autori, che il fatto delle giostre dei tori entri fra le cose VERE inserite nel zibaldone Monaldeschiano? Ed invero, quel racconto nulla ha in sè che lo renda sospetto, anzi trovasi in esso qualcosa che ci autorizza a ritenerlo autentico; ed è, che i nomi proprî dei giostratori son tutti convenienti all’epoca assegnata al fatto, mentre in altri racconti della Cronaca Monaldesca leggiamo, come osserva lo stesso Fumi, nomi classici inusitati fino a tutto il secolo XIV.
Nè ci è lecito dire essere impossibile che una giostra di tori sia avvenuta circa la metà del secolo XIV, perchè non possiamo asserire con certezza che quel giuoco non sia stato assolutamente in uso prima del secolo XV; e quanto io affermo, si deduce pur anche da queste parole dello stesso Fumi: «(la giostra del toro) assai VEROSIMILMENTE introdotta non prima del secolo XV».
Sicchè, seguendo io l’esempio dei suddetti autori, sotto ogni aspetto rispettabili, m’accingo a narrare il fatto. Anzi reputandolo interessantissimo tanto per la storia degli spettacoli celebrati nell’Anfiteatro, quanto per la storia di Roma e delle sue famiglie celebri, lo riproduco letteralmente. Ma siccome il codice donde il Muratori ne estrasse la descrizione è poco corretto, noi trascriviamo il racconto da un codice appartenente al barone P. E. Visconti e da lui stesso pubblicato nel Giornale Arcadico[629]. Anche le annotazioni sono dello stesso ch. Visconti.
«Nello detto anno (1332) si fece il giuoco del toro al coloséo: che avevano raccomodato tutto con ordine di tavoloni[630]. Fu gettato il bando per tutto il contorno, acció ogni barone ci venisse. Racconteró quelli giovani ci furono e chi ci morio[631].