«Questa festa, primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto anno. Tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di panno rosso. Ci era la bella Savella Orsina con due altre sue parenti. Ci erano le donne Colonnesi; ma la giovane non ci poté venire, perché si era rotto un piede al giardino della torre di Nerone[632]. Ci era la bella Jacopa di Vico, alias Rovere; e tutte menarono le belle donne di Roma. Perché a quella Rovere toccarono le donne di Trastevere; all’Orsina tutte quelle di piazza Navona e di S. Pietro; alla Colonnese tutte le altre che restavano, che arrivavano fino alli Monti e alla piazza Montanara, e a San Girolamo vicino al palazzo Savello. Finalmente, tutte le femmine nobili da una banda e le artigiane dall’altra[633]. Li nobili uomini da una banda: l’altri di mezza mano dall’altra, e li combattenti dall’altra. E furono cavati a sorte dal vecchio Pietro Jacopo Rosso da Sant’Angelo alla pescheria. Il primo cavato fu un forastiere da Rimini, chiamato Galeotto Malatesta[634], che comparse vestito di verde, collo spiedo in mano, e portava alla cappelletta di ferro scritto: SOLO IO COME ORAZIO. Andó incontro al toro, e lo ferì nell’occhio manco; ma il toro diede a fuggire. Allora esso ci dette una botta alla natica; e il toro tirava un calcio al ginocchio, e cascó; e il toro iva correndo ma non lo trovó.

«Uscì allora tutto carrucciato Cecco della Valle, ch’era vestito mezzo bianco e mezzo nero. Il motto che portava al cimiero era: IO SONO ENEA PER LAVINIA. E questo lo fece perché Lavinia si chiamava la figlia di messer Iunevale, ch’esso ne ardeva[635]. Combatteva valorosamente col toro, quando uscí l’altro toro, e così Meco Stallo[636], forzuto giovane, vestito di negro, che gli era morta la mogliera, e diceva il motto: SCONSOLATO VIVO: e si portó bene col toro.

«Uscì Caffarello, giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del lione, e diceva suo motto: CHI LO PIÙ FORTE DI ME?

«Uscì un forastiero di Ravenna, figlio di messer Lodovico della Polenta, vestito di rosso e nero, e suo motto diceva: SE MORO ANNEGATO NE LO SANGUE DOLCE MORTE.

«Uscì Savello di Anagni, vestito di giallo, e diceva il suo motto: OGNUNO SI GUARDI DALLA PAZZIA D’AMORE.

«Uscì vestito di cenerino Giovanni Iacopo Capoccio, figlio di Giovanni di Marzio[637], e il motto suo diceva così: SOTTO LA CENERE ARDO.

«Poi uscì Cecco Conti, con un vestito di colore d’argento, e il motto diceva: COSÌ BIANCA HO LA FEDE[638].

«Uscì Pietro Capoccio, vestito d’incarnato, e suo motto diceva: IO DI LUCREZIA ROMANA SONO LO SCHIAVO. E voleva denotare, ch’era lo schiavo della pudicizia di Lucrezia romana.

«Uscì messer Agapito della Colonna, con un vestito di colore di ferro e certe fiamme di foco, e portava alla cappelletta una colonna. V’era scritto intorno: SE CASCO CASCATE VOI CHE VEDETE[639]. Voleva dire, che la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che le altre erano il sostegno del Papa.

«Uscì poi Alderano della Colonna, vestito bianco e verde, e portava una colonna al capo, col motto che diceva: QUANTO PIÙ GRANDE TANTO PIÙ FORTE[640].