Et è da saper che in Napoli si ritrovava el sig. Jacomo Conte, el qual era al soldo dil Re di Napoli, et quando vide Napolitani disposti al Re de Franza deliberò più presto andar via et fuzer, cha inchinarsi a ditto Re. Et venne a trovar Paulo Trivixano ambassador nostro, al qual li disse come el si partiva, et voleva venir a Venetia a inchinarsi a quella Ill.ma Signoria, et voleva dimostrar la fede havia portata sempre a San Marco, et che al tutto era disposto di venir de qui. Se partì insieme con el Re, et avanti el Re si partisse ditto orator, per essere stato lì a Napoli con Soa Majestà, andò a tuor licentia, con el qual conferiteno alcune cose, et tolseno combiato insieme.

Questa nuova di l'intrar in Napoli dil Re di Franza venne prestissima a Venetia, ch'è con lettere di tutti tre li oratori, nararono d'esser stati da Soa Majestà, alegrandose di tanta vittoria nomine Dominii, a li qual el Re molto ringratiò, dicendo: questa Signoria esser soa carissima amiga, et che li havia mantenuto la fede li havia promesso, et che voleva lui medemo scriver a questa Signoria, come fece. Oltra di questo, ditti oratori dimandono licentia di repatriar, maxime Paulo Trivixano, perchè era consunta la sua legatione. Et in questa mattina medema, che zonse tal nuova molto molesta a tutta la terra, la Signoria mandò per tutti li ambassadori erano quivi, et a uno a uno li notificò ditta vittoria et intrata dil Re, et con mons. di Arzenton ambassador de Franza si rallegrò molto, dimostrando haver gran piacere: tamen non ferono dimostratione alcuna ni de soni ni de fuogi, come fece a Milano, che a dì 26 ditto have la nuova, et el Duca ordinò campane et la notte fuogi. Et poi a dì 27 fo fatto ivi processione, ringratiando Dio di tanta vittoria. Ancora a Fiorenza et Ferara dimostrono grandissima allegrezza, facendo feste e fuogi, et cussì in alcuni altri lochi.

Et l'ambassador de Napoli Joan Baptista Spinelli era in questa terra, la mattina a dì primo Marzo, havendo habuto grandissimo dolor, andò in Collegio a la Signoria, con el qual el Vice Doxe, perchè el Prencipe era amalato, fo doluto assà, et usatoli parole accomodate, per le qual poteva intender intrinsice, nostri non avrebbeno voluto tal cosse. Et poi ditto orator domandò che la Signoria li dovesse dir quello lui volevano facesse, o star qui o si dovesse levar e andar via, non essendo più Napoli in poter dil suo Re, licet le fortezze adhuc si teniva. Unde per la Signoria li fo risposo, prima facesse quello a lui pareva, et altre parole a mi incognite conferiteno; tamen che, tenendosi li castelli, poteva restar come ambassador, et che sarebbe honorato. Et cussì ditto orator restò, ma non andò molto fuor di caxa, et in questa matina non havia collar d'oro al collo, sì come portava prima la vesta. Et li altri ambassadori, eccetto Arzenton, andono a caxa soa a dolersi dil suo Re, el qual mons. di Arzenton era molto aliegro, et fece qui consolo dil Reame uno fiorentino, chiamato Bartholomio de Nerli, el qual era molto rico et mercadantava et era zenero di Joam Frescobaldi assà nominato, che in questo anno morite; et questo fece in loco di Piero Martineus era consolo in questa terra sì dil Re di Spagna quam di esso re Ferando; el qual però sempre exercitò el consulato. Et altro non seguite.

Aduncha el Re di Franza, sì come di sopra havete udito, è intrato in Napoli, et assà cose accadete in brevissime hore, et si puol dir haver acquistato el Reame in 7 zorni et non più, però che a dì 14 intrò in S. Zermano, et a dì 21 in Napoli, cosa quodammodo incredibile et miranda, et nunquam haver hauto contrasto de Aragonesi: et si el fusse venuto a tuor el possesso, sarebbe stato più zorni. Et questo è processo, perchè caxa di Aragona non ha habuto niuno li sia stato fidele, che pur a uno castello vi sta grandissimo tempo uno exercito ad haverlo, pur si voglia mantenir. Et esso Re non volse aspettar fino a dì 25, che si preparava el triumpho; et za Napolitani havevano dato principio a butar assà muraglie a terra per farli più honor a la soa intrata, tamen ben che cussì sotto sora, intrò. Fo decreto perchè Soa Majestà che habuto li castelli lui vi serà Re de Napoli, e intraria poi secondo il consueto regio[123]. Ma prima che alcuna cosa descriva de li successi seguiti lì in Napoli, voglio di questa città alcuna cosa descrivere.

Napoli, città regale, o vero sedia di Re, fo chiamata olim Parthenopea, fo edificata zerca 1000 anni avanti lo advenimento de Christo da Diomede in sul lito dil mare, et da Tito Livio nel ottavo de la prima Deca assà di questa è scritto. Fo sottoposta a Romani, et da 300 anni in qua da Re subiugata, i quali hanno però dato continuamente il censo a la Chiesia. Ha belli templi, mure, palazzi, zardini et roche superbissime, et in ditta città vi sono quattro castelli: Castel nuovo, che fo edificato o vero riconzato di novo per re Alphonso, dove è tal lettere: Alphonsus regum princeps hanc condidit arcem. Poi è la torre di San Vicenzo et Castel di Capuana, et e da l'altro campo di la terra, Castel di l'Uovo, situato e torniato di mare, ove è tal epigramma:

Ovum ritro novo; non sic turbor oro.

Dorica castra cluens tutor; temerare timeto[124].

È ancora uno bellissimo monastero di Santa Chiara, è una gran cosa; sono 100 religiose donne, et fo edificato per la moglie di re Ruberto. Poi è Santa Maria di Carmini in capo di la piaza, monasterio de frati, et assà monasterii et chiesie in la terra, li qual, gratia brevitatis, qui lasserò di scriver. Et fuora di la terra, sopra uno monte alto, distante da Napoli uno mio, è il monasterio di San Martin de frati certosini, e lì a presso ha una fortezza con la chiesia, et è nuovamente fabricato. Circonda Napoli mia 3, mostra forma di scorpione, brazando il colpho di mar con le do zaffe, et verso la terra voltando la coda, come di sopra fortasse ho scritto. Ha gran populo, belle chiesie, et meglio acasado; di fuora bellissime possession et zardini con gran palazzi. È il mercado in piazza di Venere, et in cao di la piazza è una fontana granda, et poco da canto è a modo di uno tabernacolo con una colonna di porfido in mezo, dove re Carlo fece taiar la testa a re Coradin, re di Napoli. Di questa città fo Bonifacio (IX) pontefice, de la stirpe de Tomacelli, et Joanne 23 de Cossa; et etiam in questa vi habitò Virgilio, Livio et Oratio; et ancora Virgilio è ivi sepulto, che fu sommo poeta. Et mia do lontano de qui è una montagna concavata, longa mezo mio, et larga vi pol andar 4 cavalli a paro, alta meza lanza, et in alcuni luogi una lanza e meza, è di sorte di sasso di tuffo, si va con torze accese o vero lume per essere obscurità grande et assà polvere: la qual concavità fo fatta, come si dice, per Lucullo romano. Non voglio descriver le delicie havea re Alphonso in ditta città di Napoli; pur qualche parte, a eterna memoria, qui farò mentione. La sua munitione era tre stalle: in una bellissime armadure discoperte, di armar homeni da cavallo da capo a piedi; poi un'altra con assà numero di curazze et balestre liziere; poi in la terza X bombarde grande di metallo, tra le qual do grandissimi passavolanti, poi curazze assà da fanti a pe', in un'altra parte assà bombarde di ferro, da forteze et galee. Questa munitione era arente il castello dove habitava el Re, ma nunc tutta disfatta.

El zardin dil Re era in loco alto, con muri grandi, arbori producono ogni generation de frutti, naranzeri et limoni, et conzati li fruteri a torno con li naranzeri parevano spaliere; et in capo di uno altro zardin era una habitation di assà bestie volative, et ne l'intrar come armeri pieni de cunii (conigli) bianchi; item a modo di una cheba di ferro, dove erano oseleti, merli, tordi et altri oselli, tra i qual uno corbo bianco, uno beretino et uno negro, che parlavano; papagà beretini assà di ponente, in cabie; poi una camera con assà chebe di papagà di ponente in cabie, uno solo verde di levante, tra i qual era uno, habuto dal Re di Spagna, trovato in una isola nuovamente trovata, grande come Italia.

Questo papagà era grande come uno beretin di ponente, la testa bianca, el beco bianco, i pie' bianchi, sotto la gola dal beco fino al petto tutto rosso, et il resto verde. Item uno altro ortesello tutto naranzeri, et limoni solamente; uno altro, chiamato paradiso, dove era limoni, zedri, naranze, pomi d'oro, zensamini et mirti in gran copia, salizato di pietre, et una bella fontana et una pissina, una tavola, una credenziera e una cappelletta da dir messa, tutta fatta di... de mirto. Et el Re poteva venir in sti zardini dil castello per alcuni ponti levadori: tra i qual orti era una via si potea zostrar. La libraria dil Re era in una camera sopra la marina, dove era assà copia de libri, in carta bona, scritti a penna, et coverti di seda et d'oro, con li zoli d'argento indorati, benissimo aminiati, et in ogni facultà. Ma lassiamo questo, et di li ornamenti di Castel di Capuana, dove habitava re Alphonso, in vita dil padre, alcuna cosa scriviamo. Prima una camera ornata di depenture, ne la qual era uno organo, con li fianti di uno legno ditto ferulla. Et di questa se intra in un'altra più ornata di pitture, con uno organo di camera, con li canoni di carta, uno canon dorato et l'altro paonazo, che sonava per excellentia. Poi un'altra pur depenta, con tavole longe piene di lavor de cristalli de ogni sorte. Etiam un'altra con lavori bellissimi di cristallo lavorati a oro, et penture in gran quantità. Poi un'altra con tavole piene di lavori di porzelane, cosa dignissima. Poi se intra in una cortisella, dove era un satyro di marmoro abrazava uno puto ignudo con lascivia; el qual puto stava con la faza chinata con vergogna, assà bello et antico. Item una altra fegura antica, trovata a Gaeta nel cavar di fossi dil castello. Poi se intra in una camera a pepiano, grande, ornata di veludo pelo de lion, et cussì el letto con uno fioron d'oro, con l'arma in testa, da lato et in mezo. Poi in una, ornata di veludo verde a torno, con il letto ut supra. Una altra di ormesin vergado, similiter il letto: una di tabì intorno una ferza beretina et una negra a la divisa, et uno studio tutto intorno et di sopra lavorato di tarsia; sopra la tavola uno bellissimo tapedo damaschin, sopra el qual era 4 libri coperti di seda, con li zoli et cantoni d'arzento, zoè la Bibia, Tito Livio et Petrarca, uno caramal grando, tutto d'arzento, do candellieri de diaspro, et la ymagine dil re don Ferando vechio, di bronzo. Di qui si va in uno oratorio o ver capelleta, ornata a torno di veludo negro, con una pala pincta per excellentia, con 4 candellieri de diaspro. Poi se trova tre stalle, et se intra in una camera ornata di razi et tapezerie, poi in un'altra con figure depente, et il letto coperto di panno d'oro. Demum un'altra similiter fornita. Uno studio ornato, con libri coperti ut supra, et la figura dil Pontano gran secretario dil Re, homo dottissimo, zitata di bronzo. Poi si monta in alto, et si trova la speziaria dil Duca, con gran copia.... Et ussiti di questo palazzo, se intra in la stalla, dove erano 200 corsieri; poi la caneva con gran copia di botte grande, et in un altro zardin, dove di Zener era pome granate fresche. In cao di questo, uno altro bello palazzo, et una fontana, et tre camere: una ornata di tapezarie, l'altra di picture, et la terza pur di varie picture, con le letiere coperte di seta et d'oro. Montati su scale si trova pozuoli da star al fresco, mirabili; poi si discende in altre camere ornate ut supra, et uno oratorio dove era el Duca de Calavria, zoè don Alphonso, fatto naturalmente, che stava in zenochioni che pareva vivo; et altre camere et sale. Et questo basti quanto alle cose era in Castel di Capuana, come ho ditto.