Monet me per litteras suas Sanctitas Vestra, detentum a se Rev. mum et Ill. mum Dominum Cardinalem fratrem meum, et tanquam id honoris causa et non iniuria factum sit et ex hoc omnia bona cessura sint, me ut ad Italiae quietem animum intendam efficacibus verbis cohortatur. Moverat me antea hujus injuriae magnitudo, quantum et ratio ipsa et literae quas, re audita, statim ad Sanctitatem Vestram scripsi, docere potuerunt; sed incredibile est quantum ad primum dolorem accesserit postquam haec legi quae in Sanctitatis vestrae litteris continentur. Quae enim conveniens causa esse potuit ut qui mihi frater est, tanto genere ortus, et qui primos christianorum regum affinitate arctissima contingit, detineri et in custodia haberi deberet? Aut ubicumque tanta barbaries fuit in qua sine causa manus in aliquem inferantur, et ei, a quo beneficia ingentia acceperis, pro beneficio maleficium et iniuriam reddas? quo igitur magis haec considero, eo maior et admiratio et dolor subit. Si enim in fratre meo culpa est, cur non exprobratur? Sin autem nihil deliquit, si semper de Sanctitate Vestra benemeritus est, cur et ille et ego tam insigni iniuria afficimur, quod ei libertas per Sanctitatem Vestram adepta est? ego vero non modo in bonam partem hoc accepturus non sum, imo nihil est in quo me Sanctitas Vestra magis laedere potuerit, et quod... ut omnia etiam extrema temptaturus sim magis me movere possit. Vehementer igitur Sanctitas Vestra fallitur si hanc captivitatem posse christianissimum Francorum Regem a proposito avertere sibi persuasit. Qua re, si caetera eum a suscepto bello dehortarentur, ipsa sola ut incenderetur magis, et omnia mallet quam non ulcisci tantam iniuriam, efficerem ego quoque, cui hunc animum natura dedit ne, ubi fieri potest, ullius rei magis quam pacis studio tenear. Adeo longe absum ut a Sanctitate Vestra tam graviter loesus quieturus sim, quod etiam si laniari fratrem meum videam, Francorum Regem hortari ad bellum et ei vires meas addere non cessabo. Hoc igitur responsi mei sponsum sit, nisi liberato fratre meo, pacati et quieti nihil a me Sanctitatem Vestram habiturum esse. Et si Francorum arma ad hoc non sufficerent, propinquos ac necessarios reges ad hoc bellum ab exteris nationibus concitabo... Serenissimi et christianissimi Romanorum et Franchorum Regum, in quibus reipublicae christianae spes omnis nititur, et aliorum Principum et Potentatum et praesertim Illustrissimi Dominii Veneti affinitatem et benevolentiam relinquo. Vestra autem Sanctitas, quae iniuria tantos reges et principes offendere verita non est, quid spei suos habere velit ipsa consideret. Vegleveni, XXIº Decembris Mº CCCC LXXXX IIIJ.

Subscriptio) Ludovicus Maria Sforcia Anglus Mediolani dux etc.

Ma el Re di Franza, che ancora non era partito de Viterbo, inteso questo, molto stette suspeso, et si meravigliò assai, et subito mandò uno araldo dal Pontifice a dolersi di questo, et che dovesse lassar in libertà el cardinal Ascanio suo carissimo parente et commissario, et quello voleva dir questa retention, et che non rendendo el venerebbe per forza in Roma facendo grandissime crudeltà, et usò ditto araldo assà altre parole. Ma el Papa li rispose che tornasse dal suo Re, et che remanderia soi legati a Soa Maestà, li quali li diriano el suo voler et quello era in animo de far, et che el cardinal Ascanio et gli altri li haveva ritenuti come desobedienti de li m. ti la Santa Chiesia, tamen che stevano bene, et li voleva appresso de lui, et cussì a dì 13 Dezembrio fatto concistoro, el Pontifice mandò tre legati a esso Re, i quali fonno lo episcopo di Narni, lo episcopo di Concordia di natione vicentino de caxa di Chieregati, et frate Gratiano spagnol di l'ordine de Frati Menori, ai quali fo commesso dovesseno conferir con el Re alcune cose, excusar el Pontifice dil retegnir di Ascanio, et veder si insieme, pur che con li ambassadori di la Signoria, poteva adattar sì con Sua Beatitudine quam con re Alphonso, manifestandoli che la retention de Cardinali et Prospero Colonna era a bon fine. Ma quam primum se intese in campo dil Re di Franza la retention di questi tre Cardinali, el signor Galeazzo di S. Severino, el qual da Lion fino a Viterbo sempre havea seguito el Re, essendo stà retenuto suo fratello cardinal, et etiam Ascanio fratello dil suo carissimo signor et benefattor duca de Milano, si partì dal Re, et in quattro zorni fatto cammino da corrier venne a Vegevene dal duca preditto, el qual duca non solum scrisse el brieve scritto di sopra al Pontifice, ma ancora più mandò a inanimar esso Re di Franza, promettendo mai di abbandonarlo nè mancarli di la fede a lui data, et che li manderia zente, et feze preparar el conte de Cajazzo el qual con alcuni cavalli lezier dovea ( andar ) verso Roma incontinente, et altre zente li sarebbe venute driedo; etiam mancando dinari li offeriva breviter ogni aiuto, purchè el Re volesse approximarse con l'exercito a Roma. Si dubitava el duca, come era da dubitarse, che 'l Pontifice non facesse morir ditti Cardinali, eo maxime suo fratello; i quali, benchè fusseno retenuti, non però steva se non honorifice in castello, come merito li R. mi Cardinali debbeno stare. Et el Papa faceva far in Roma grande custodia; steva in castello dubitando che el Re non venisse con furia a intrar in Roma, per esser potentissimo; era molti spagnoli a custodia dil palazzo, et non poteva uscir de Roma niuno, senza bolletin dil Pontifice. Et corrieri a Venetia, dal primo che portò la nuova di la retention, steteno assà a venir, però che le strade furono rotte, nè poteva venir securamente. Et accidit che venendo uno corrier de Roma a Venetia con lettere di l'ambassador, fo spogliato per la strada appresso Perosa, dà et toltoli le lettere, le qual essendo in zifra, come è consueto di far, non le intendendo le restituite, et post tot labores fonno portate a la Signoria. Ad altri corrieri li fonno tolte le lettere et cavallo, altri presi, i quali acciò non vedesseno le lettere che havea, quelle strazzò ovvero le butono in acqua loro medemi, sì che le strade erano rotte come intravien a tempo de guerra, maxime per la Toscana, che Siena, Pisa, Fiorenza et Lucca erano in qualche commotione di aiere, come dirò di sotto, et li contadini attendevano più a robar che a far altro.

Partita dil Re di Franza da Viterbo et quello seguite fino a l'intrar in Roma.

In questo tempo che a Roma tal cose si fanno, et le zente dil Re di Franza za erano bona parte partite da Viterbo, et andate per quelli castelli vicini a Roma, et el Re essendo stato zorni... in Viterbo, a dì 22 Dezembrio si partì, et andò con el suo exercito verso Ronsiglione, et qui fece carta a Pisani de libertà, come ho ditto di sopra. Li ambassadori di la Signoria, per non esser lozamento dove andava el Re per la moltitudine di le zente lo seguiva, rimaseno a Viterbo, tamen mandono con Soa Maestà Francesco da la Zudecha loro segretario, il qual di ogni successo dil Re advisava li ambassadori et loro poi drezzava le lettere a Venetia. Ma el Re andò di longo a Nepi ad alozar, terra di beneficii dil cardinal Ascanio, et quivi stette do zorni, ma le sue zente andono a Brazano, Campagnano et l'Anguillara, castelli tutti del sig. Virginio Orsini di qua dal Tevere, et andati a Campagnano che è castello primario, dove vi era dentro Carlo fiol di esso sig. Virginio, el qual non potendo resistere a le forze franzese si rendette a patti, salvo li averi et le persone, et Franzesi introno dentro; et cussì andavano Franzesi per quelli altri castelli sì della Chiesa quam di alcuni Segnorotti, e tutti, come si appropinquaveno, levaveno le insegne di Franza et li averzeva le porte, pur era carestia, et la moltitudine erano sì che si puol concluder fino qui non abbi desnuato spada Franzesi per combattere, ma ben per far paura, nè in alcuno luogo accampato, benchè con loro havesseno ogni cosa necessaria a oppugnar una terra, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re partito de Nepi venne ad allozar a Brazano, dove qui stette longamente, loco pur di ditti Orsini, et havendo udito li legati dil Papa, pur non li piaceva la dimora faceva di retenir ditti Cardinali, et continue mandava a dir al Pontifice volesse lassar el card. Ascanio, et che lui voleva intrar per le feste di Nadal in Roma, le qual si appropinquava, et che dovesseno mandar fuora li Aragonesi soi nemici; tamen li tre legati non restava di praticar accordo. Et in questo medemo zorno, a dì 18, el Re chiamò el secretario di li ambassadori di la Signoria, et dimandò: ch'è de li ambassadori? el qual rispose erano rimasti da driedo per causa di allozzamenti, onde Soa Maestà li disse dovesseno al tutto farli venir, perchè havea da consultar, et etiam volea con loro intrar per le feste di Nadal in Roma. Unde inteso questo da Venitiani, fo scritto che ditti ambassadori con che compagnia potesse, se ben dovesse de li soi mandar in driedo, seguir la persona dil Re, et cussì feceno, che subito andono a trovar esso Re a Brazano, et come fonno zonti, el Re li dette audientia, dicendo: Domini Oratores, datime conforto, et fate la Signoria mi ajuta, che il Santo Pare retien pur ancora el cardinal Ascanio et Prospero Colonna, et vi prometto di ogni mio progresso far partecipe dil tutto quella Ill. ma Signoria. Et cussì ditti ambassadori promesseno di scriver a la Signoria.

Parte di questo exercito, come ho ditto, si divise da li altri, et preseno alcuni castelli, et feceno alcuni ponti di legno sopra el Tevere per passar di là; et zerca 5000 Franzesi in questi zorni, a dì 19 et a dì 22 ditto, corseno fino su le porte di Roma chiamando el duca de Calavria dovesse venir fuora a la battaglia. El qual duca si volse armar, et fece metter in ordine le sue zente con el sig. Virginio Orsini et conte de Petigliano, ma tanto stette a venir fuora che Franzesi, fatto alcuni danni, ritornono ai loro allozamenti.

In questo mezzo a Roma el Papa in castello praticò di accordar che Colonnesi venisse al suo soldo et dil re Alphonso, facendoli gran promissione, et fece certi patti et capitoli con el sig. Prospero Colonna, era lì retenuto.

Et a dì 18 ditto, el Pontifice venne in concistoro con certi capitoli, la substantia di qual è questa. Primo che libere dovesse esser lassato esso sig. Prospero di Castello, el qual prometteva in termene de do zorni andar a Hostia et far che suo fratello sig. Fabricio li daria la terra et fortezza ne le man, la qual lui la consegnaria poi al Papa. Item che restava soldato dil Pontifice et re Alphonso, et questi li promettevano di dar ducati 30 milia a l'anno, zoè do terzi Alphonso et un terzo la Chiesia. Item che 20 milia scudi restava haver de stipendio livrato et promesso dal Re di Franza come suo soldato, libere el Pontifice li prometteva darli de contadi, habuto Hostia. Item che tutti li soi castelli et lochi tolti per re Alphonso siano resi et restituidi a essi Signori Colonnesi, et pagatoli el danno havesseno habuto per l'incursione. Et alcuni altri i quali ad plenum non se intese, ma zurato di mantegnir al Papa quanto havea promesso, et sigillati li capitoli fo lassado di Castello et andò esso sig. Prospero verso Hostia per veder di rehaverla, unde suo fratello mostrò di esser renitente, et al tutto volerla tenir per il Re di Franza. Tamen erano d'accordo, et volevano mantenir la fede data al Re.

Ancora fo lassato el cardinal S. Severino, et mandato per el Pontifice legato al Re di Franza a Brazano, a ciò vedesse di operar quello che li tre non havevano potuto operar et che el Re non dovesse andar più oltra, promettendo di far che re Alphonso li daria tributo annuatim, et che pur si Soa Christianissima Maiestà havesse voglia, come sempre ha ditto, et per il protesto fatto in Fiorenza appar che lui vuol andar contra infedeli a recuperar la Terra Santa, ex nunc esso Pontifice voleva esser causa di far una liga et paxe universale, zoè Soa Beatitudine, esso Christianissimo Re di Franza, la Maestà dil Re et Regina di Spagna, la Ill. ma Signoria di Venetia, lo Ill. mo Duca de Milano, Fiorentini et altri potentati, maxime la Cesarea Maestà dil re Maximiliano eletto Imperator et el Re d'Ungaria. La qual unione esso Summo Pontifice bastava l'animo in brevissimi zorni di far et concluder, ne li quali era posto etiam el re Alphonso di Napoli; et cussì tutti collegadi dovesseno andar alla destrutione di infedeli, posto che dimostrava esso Re haverne tanta voglia et che non volesse esser causa di far cede ( stragi ) nel Reame di Napoli, et che Alphonso preditto havesse cagion di chiamar in suo soccorso Turchi, i quali si offeriva de venir et venuti mal saria a discazarli: et altre et simele parole, nomine Pontificis et Collegii Cardinalium. El qual Cardinal con Francesco Guidizoni protonotario et alcuni di la sua fameglia se ne venne a trovar el Re, et referito la sua legatione a Brazano, minime niuna cosa ottenir potè, però che esso Re et quelli lo consegliava havea deliberato di acquistar el reame de Napoli, discazar re Alphonso et Aragonesi di quello, metteno li baroni dil Re venne expulsi in loro stato, i quali erano con lui, et tuttavia lo seguiva; et però stette fermo in voler la intrata di Roma una volta, dicendo non voleva offender la Chiesia nè el Santo Pare in niuna cosa; imo, come christianissimo, da quelli la volesse dannizar, ajutarla.

Continuamente si scorsizava fino su le porte di Roma, dannizando el paese, nè in Roma vi poteva intrar vittuarie, et mentre che el sig. Prospero Colonna mostrava di adattar le cose con suo fratello in Hostia, a dì 25 Dezembrio el cardinal San Piero in Vincula con fanti franzesi 350 partito dil campo del Re, intrò in Hostia et messe quelle zente et uno capitano franzese chiamato.... de guerra, el qual fino al presente è ivi a custodia per el Re di Franza. Et subito intrato ditto Cardinal, fonno più costanti che mai fusseno, dicendo non voleva obbedir al Pontifice, el qual non era iure et rite creato, et che oltramontani ancora non li havia dato la ubedientia, come era la verità. Et el sig. Prospero strazò i capitoli fatti col Pontifice, andò in campo dal Re et ruppe la fede data al Papa, dicendo haverla data sforzata per uscir di Castello, et quella prima data a la Majestà dil Re era pura et libera, et quella al tutto voleva observar.