— C'è la guerra?!

— A Milano c'è la guerra. Anche a Roma. In quelle città, Giulietta, le bande suonano delle marce militari. E anche le orchestrine dei caffè suonano tante marce militari e tanti inni patriottici. Allora la gente si leva in piedi, e applaude, e grida: “Viva la guerra!” Passa per la strada un soldato ferito e tutti gli corrono dietro per acclamarlo: il cameriere ti versa il gelato sulla sottana nuova per correre in fretta anche lui a gridare: “Viva l'esercito!” E quando torni a casa, che è sera, per aspettare Romeo, tutti per la strada ti urtano perchè stanno leggendo il giornale uscito allora con il comunicato di Cadorna. E se al teatro o al caffè non ti alzi in piedi al suono della Marcia Reale, ti insultano e ti gridano “spia”. Perchè tutti hanno negli occhi la guerra e non vedono che hai le ciglia lunghe e il gonnellino corto, le calze tanto bianche e gli occhi tanto neri, Giulietta. A Milano e a Roma c'è la guerra; non è il paese per te, Giulietta.

— Hai ragione. Ci andremo tra qualche giorno, quando la guerra sarà finita. Ora è meglio restare a Verona, dove non c'è la guerra. —

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Allora le ho additato l'Arena, roggia nel sole, merlata al sommo di soldati che camminavano lenti sul ciglio facendo la scolta. E a Giulietta piacquero molto i soldati visti così camminare radi e lenti al sommo dell'anfiteatro rosso, nello sfondo sfolgorante del cielo. Li trovò più carini di quelli che camminavano in piazza.

L'ho condotta a visitare la tomba della Giulietta di Romeo Montecchio.

Per arrivarvi, dovemmo accettare la compagnia d'un soldato d'artiglieria che era di guardia all'entrata della Fiera dei cavalli. Egli ci fece attraversare immensi cortili tutti pieni di cavalli da guerra, di paglia, di soldati; intorno intorno gli edifici sono diventati una grande caserma, in un tetto c'è una toppa chiara di tegole fresche dove una bomba era caduta dal cielo a far guasto. In un angolo di tutto quell'apparato di guerra, si rannicchia la tomba di Giulietta antica.

Ora Giulietta nuova passò indifferente in mezzo ai cavalli, alla paglia, ai soldati, allo strame e al fragore di caserma; ma quando fu dentro, nell'angolo grigio e verde, così fuori del mondo, ov'è l'arca pudica degli amanti, pianse tutte le sue poche lacrime. Poi le ciglia nere ribevvero le lacrime di perla: Giulietta alzò il piccolo capo e lo scosse per ricomporre i capelli; corse alla parete a leggere i nomi che v'erano scritti; tuffò le piccole mani brune nell'arca scompigliando gli strati dei biglietti di visita anneriti e accartocciati, accumulati là dentro dall'ingenuità provinciale dei visitatori stranieri: compose in bell'ordine sopra lo strato i mazzolini e le ghirlande di fiori appassiti che s'erano mescolati ai biglietti; colse una foglia d'edera e se l'appuntò al petto: poi si fece raccontare la storia della Capuleta e del Montecchio.

— Dunque a Verona, allora, c'era la guerra? —

E siamo saliti in una carrozza, che molto lentamente cominciò a camminare sobbalzando sui ciottoli, a girare al largo intorno alla città; io additava, passando, a Giulietta le opere militari, i bastioni, i forti, i carrozzoni guidati da soldati, i camions carichi di munizioni, i grandi cavalli di forza che parevano esprimere guerra da ognuno dei muscoli tesi; e Giulietta si stringeva al mio braccio, e sentivo che il suo braccio pensava a quello di Giulietta antica prima di uscire sul balcone a mostrare a Romeo le strisce invidiose dell'aurora rosseggianti all'oriente.