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È possibile che il lettore trovi oltremodo aridi e muti gli spogli che vengo facendo dai bollettini del Comando Supremo: nomi quasi tutti poco noti o addirittura ignoti fino a poco tempo fa, e date.[5]
Ma io presumo, scrivendo, di dirigermi a lettori che nelle notizie d'una guerra così nostra, così di ognuno di noi tutti, cerchi qualcosa di più che qualche macchia di colore, qualche brivido, qualche diletto sentimentale di episodii. Presumo che delle notizie ufficiali della guerra ogni buon italiano abbia fatto, da tre mesi in qua, la sua più intenta lettura quotidiana, e ch'egli sappia oramai destreggiarsi tra le centinaia di cartine particolareggiate con le quali gli è stata facilitata l'intelligenza di quest'intrico di valli e di monti, e delle operazioni militari che vi si compiono.
Quei nomi allora non saranno per lui muti; ed egli potrà seguirmi mentre, lasciata ogni rotabile e ogni mulattiera, lo guido su tra il giallore delle rocce e il biancore delle nevi, e varcato il Nuvolau, lo faccio sdraiare presso di me su di una falda del monte Averau, a 2648 metri d'altezza: sdraiare, chè se stesse ritto parecchi osservatori austriaci, un po' da tutte le parti, lo scorgerebbero subito e tirerebbero su di lui come su di un camoscio.
Di là scorgiamo magnificamente tutta la posizione nostra ed altrui, e possiamo immediatamente mettere un profilo, un colore, una fisionomia, su quei nomi aridi e muti.
Ecco, là in faccia, a ingombrare tutto il centro dello sfondo, la Tofana; violacea, striata di giallo, sfumata di grigio. Si presenta, da destra a sinistra, come una scala di tre gradini: ma tre gradini scoscesi, aguzzi come denti di fiera. E noi ci stiamo aggrappando là sopra. Davanti ad essa corre la valle Costeana, o di Andraz, o strada delle Dolomiti: va da Cortina d'Ampezzo, di cui scorgiamo a destra le prime case, ad arco lento verso ovest, passando sotto cime nostre e sotto cime ancora vive di fuoco contro di noi. In basso, in quella che di qui può chiamarsi una valle, ma è un furioso attorcigliamento di rocce scabre e asciutte a più di duemila metri d'altezza, cinque di queste rocce hanno un aspetto valterscottianamente romanzesco di torri dirute, ancor diritta la più alta, abbattute o pendenti verso terra le altre: ed è quello Cinque Torri. A sinistra della Tofana, ad arco, nel lontano, si profilano vagamente posizioni ancora austriache, come il Settsass, il Cherz, Col di Lana, e posizioni già fatte nostre, come il Sasso di Stria. Un arco più vicino continua la Tofana col Castello ove i nemici hanno collocato tra i crepacci tiratori scelti che mirano verso noi, all'uomo, quasi infallibilmente, e col Col di Bois, già tutto nostro, di cui scorgiamo gli attendamenti. In fondo a destra domina il monte Cristallo, poderoso, striato obliquamente da rughe di neve; più là, più svelto, il Cristallino.
E tutto ciò è territorio di conquista, già preso o da prendere, coi cannoni e coi fucili, con le mani e coi denti. Il nostro e il loro si mescolano, s'incuneano. La nostra occupazione è un lento addentellarsi continuo di queste due linee frastagliatissime: un addentellarsi, che porta insensibilmente e irresistibilmente più in là la nostra linea. Dietro le spalle ci protegge il Porè poderosamente.
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La conquista del Porè fu l'opera eroica di una sola notte, la prima di guerra; fa parte di quell'occupazione che il secondo comunicato del comando annunciava con la rapida menzione: “In Cadore vennero occupati tutti i passi di confine”. Non si potrebbe essere più semplici, nudi e modesti. Invece l'occupazione del Porè fu uno degli episodi più arditi di tutta la nostra guerra. Fu una sorpresa del primo giorno, delle prime ore. Al momento della dichiarazione di guerra il nemico poteva credere che i paesi più bassi, di qua dal nostro confine d'allora, fossero quasi sguarniti di soldati, perchè questi erano stati trattenuti tutti silenziosamente nelle retrovie. Ma appena scoccata la mezzanotte della guerra, furono lanciati. E rapidi e cauti avanzarono, cominciarono a salire su per le pendici del Porè, intorno intorno, raggiunsero le prime trincee e le conquistarono di colpo, poi si sfrenarono coll'impeto vertiginoso con cui avrebbero in pianura potuto eseguire una carica di cavalleria. Di mano in mano che il monte austriaco si veniva svegliando tutt'attorno verso la cima, si vedeva addosso gl'italiani, se ne sentiva schiacciare, li vedeva procedere avanti, in su. Quando l'alba spuntava, anche la cima del monte si svegliava; tutto il monte era desto, ma tutto era già nostro. E segnava di colpo un nostro confine mille volte più vantaggioso di quello di poche ore innanzi. Dal Porè l'avanzata potè cominciare e irradiarsi attorno in modo più regolare, gli attacchi diretti poterono essere preparati dalle azioni dell'artiglieria.