In modo più regolare. Ma, naturalmente, meno rapido, e anche più pericoloso. Ho detto già che alture nostre e alture austriache si mescolano e si stringono da presso, in tutta la regione, in modo raccapricciante. Ebbene, le cime che son nostre dovettero essere prese tutte così, come il Porè, con un'ascensione alpina per i picchi, come lo stringersi di un nodo scorsoio d'uomini armati, nodo che mentre si stringe scivola in su, fino alla vetta, e quivi si lega in un groppo indissolubile. E la mescolanza e il contatto stretto non è solo tra cima e cima, è anche in uno stesso monte, tra questa e quella parte, tra il basso e l'alto, tra un costone e un crepaccio, tra un valico e un picco. Immaginate un monte che a metà un burrone divida profondamente in due parti: — ficcati entro quel burrone sono italiani, che con artiglierie mobili battono la cima; inerpicati alla cima sono austriaci, che fanno rotolare granate entro quel burrone. Così alla Tofana. E immaginate un altro monte che fino a metà sia coperto dagli ultimi boschi, e da ivi in su nudo e scabro: tutti quei boschi sono appostamenti d'italiani, tutto quello scabro sono file di trincee austriache. E l'Italia grado grado esce dal bosco e procede nello scabro, prende le trincee una dopo l'altra, le volta per offendere all'insù, le afforza. Così al Col di Lana.

Le trincee avverse sono a cento, a ottanta, a cinquanta metri una dall'altra. E italiani ed austriaci hanno, intorno intorno, cime loro, occupate da batterie loro: e ognuna batte con precisione verso quel colle, contro l'ultima e la prima trincea: cinquanta metri più su battono le nostre, cinquanta metri più sotto battono le loro, e là, sulla costa infernale, ogni trincea mentre combatte è continuamente disturbata, scompigliata, guasta dalle granate e dagli shrapnells che piovono di lontano, d'ogni parte, imprevedibili, come se il cielo e l'aria stessa si facessero posti d'offesa contro il nostro eroismo. Ma l'eroismo è infaticabile, fanatico, fatale. Al Fedaia una batteria si mantenne per due mesi in una conca del raggio di cento metri, sempre sotto la pioggia rovente ed esplodente. Sul Col di Lana una batteria uscendo dal bosco di Salesei giunse, di notte, trascinandosi dietro i pezzi, a cinquanta metri dalla cima. Furono scorti all'alba: cominciò il duello terribile, che non poteva essere che a morte; e quelli della nostra batteria, sempre sparando, morirono tutti, uno per uno; l'ultimo rimasto era un sergente che anche accortosi di essere solo non dette segno di resa, ma continuò, ferito, spossato, sanguinante, a sparare, finchè morì, come gli altri, abbracciato al suo pezzo. Ma intanto, sotto, i soldati che occupavano il bosco avevano potuto avanzare e conquistare un largo tratto di trincee, da cui nessuno ci smosse più.

E tutto questo è il poema che il comunicato del 29 luglio riassume con le parole: “le nostre truppe occupano il costone che dal Col di Lana scende sulla borgata di Pieve di Livinallongo”.

A questi miracoli d'ardore e di eroico disprezzo della vita, gli austriaci resistono, bisogna riconoscerlo, con tenacia e con abilità; ma a lungo andare ogni loro resistenza finisce col cedere, un po' dappertutto. E allora si ritirano. Alcuni si ritirano restringendosi sempre più verso i culmini, ove li aspetta la morte o la prigionìa; altri fuggono, per la via delle Dolomiti, verso l'ovest. Fuggiti, quando vedono che la loro fuga anche da questa parte è immediatamente seguìta dall'occupazione e dal rafforzamento degli italiani, cannoneggiano, al di sopra e dietro di questi, i paesi che s'accorgono d'aver perduto per sempre: li cannoneggiano con granate incendiarie, che lasciano tutta la strada della loro fuga e del nostro procedere segnata dagli scheletri fumanti di quelli che furono villaggi e cittadine ridenti già molto curate e frequentate da loro come luoghi di villeggiatura e di preparazione militare. Tali erano Salesei, Franza, Pieve di Livinallongo e il castello di Buckenstein: tutti paesi ai piedi del Col di Lana, e rispondenti ai costoni che dalla cima di esso scendono a valle: tutti campi, oggi, di lotta e di martirio. Buckenstein fu ritrovo favorito di caccia per i principi austriaci; andandovi passavano per Pieve, si trattenevano qualche notte nel Grand Hôtel di Pieve. Ora il castello, e l'Hôtel, e i paesi interi, sono mozziconi di case nere. Un piccolo particolare curioso. Partendo da Pieve gli austriaci ebbero cura di bere prima tutte le bottiglie che erano nell'albergo: operazione che dovè essere eseguita in gran fretta, perchè i vetri vuoti furono trovati tutti gettati alla rinfusa e ancora avvolti nelle loro custodie di paglia. Inoltre, temendo forse che il campanile di Pieve potesse servirci da osservatorio, ne sbarrarono tutte le finestre con lastre di metallo, e poi di lontano ogni tanto lo cannoneggiarono, fin che si decisero a incendiarlo.

□ □ □

Li abbiamo veduti, i paesi incendiati, da un osservatorio di artiglieria che abbiamo raggiunto mediante un altro faticoso viaggio, in parte a mulo e in parte a piedi, in un'altra mattinata di sole e di cielo limpidissimo.

In materia di osservatorii, la natura complicata e intricatissima di queste rocce ci favorisce maravigliosamente. I picchi e i costoni apparentemente più lisci offrono spesso meandri invisibili nei quali con poche tavole e poche zolle si stabilisce il più sicuro e il più comodo rifugio d'osservazione, aperto a vedute amplissime delle situazioni nemiche, impossibile a individuarsi. Abbiamo avuto la fortuna di poter raggiungere e penetrare il principale di essi, donde si comanda tutto il settore.

In un luogo come questo ci si sente veramente nel centro vivo della guerra. Due picchi sono collegati uno all'altro mediante un passaggio coperto, del quale non ci si avvede fin che non vi siamo entrati. La voce del soldato che col megafono domanda notizie ad alcuni osservatori avanzati, quella dell'ufficiale che da un centralino telefonico, appollaiato nell'incavo di una rupe, riceve informazioni e trasmette ordini, le indicazioni del colonnello, precise, recise, che in poche parole matematiche distribuiscono l'azione a tutto il settore, il fragore lungo che dalle batterie invisibili traduce rapidamente nell'atto quegli ordini, — tutto ciò sgombra dall'animo ogni orrore della guerra, e lo riempie come di uno stupore religioso; ci sembra di assistere, al di fuori della vita, a non so qual vasto e solenne fenomeno naturale, ultraumano. Ogni senso dell'individuo scompare: e dell'individuo nostro, intendo, di noi che osserviamo, e di quello di tutti coloro cui questo fenomeno porta la morte. La morte, la vita, il valore d'ogni sensazione e d'ogni passione umana sfumano come per un incantesimo dal petto di chi si trova improvvisamente avvolto da questa atmosfera, che non è più neppure eroica, da questi atti, che hanno qualche cosa di elementare, di secolare, di divino.

Mi scuote la parola del colonnello, una maschia figura di soldato semplice e rude, pieno di gentilezza rapida e profonda, entusiasta de' suoi soldati e del suo compito, innamorato de' suoi cannoni e dei pochi fiori di roccia che spuntano qui attorno e che i soldati ogni mattino gareggiano a raccogliere per offrirglieli.

M'invita a salire alla parte più alta della galleria, ad affacciarmi alla fenditura da cui si dominano le posizioni avversarie.