In realtà, qualche volta essi tirano un po' a caso, in mezzo a questo groviglio di alture, di strade, di coste e di villaggi.

Passando per un paesino, che non ha nessuna importanza nè militare nè civile, vedemmo i segni di un bombardamento avvenuto la sera prima: qualche vetro rotto, una buca in un prato.

E un ferito, uno solo. Una capretta giovane, nera, ha la testa fasciata. Pascolava in quel prato, e una scheggia l'ha colpita alla fronte, le ha quasi asportato uno dei corni appena spuntati. Mi guarda con occhi malinconici, pieni di interrogazioni angosciose. Non ha capito niente della guerra.

Due conche

Pieve di Cadore, 8 settembre.

Il tempo ha voluto variare e completare la nostra rapida esperienza della guerra, dandoci un saggio delle operazioni militari in montagna con la pioggia.

Tra l'acqua che scendeva fitta e la nebbia che ci stringeva intorno, abbiamo risalito la valle dell'Ansiei fino alla conca di Misurina; ma quale pioggia e quale nebbia! La pioggia è fatta come se l'aria diventasse irta di mille pungoli; la nebbia turbina come fa la neve; e la strada, una mulattiera allargata, è tutta una patina viscida e lubrica, cosparsa di pietrisco aguzzo. Ogni tanto una folata di nebbia s'incava, e ci accorgiamo di procedere in mezzo a un'abetaia, animata d'uomini e d'attendamenti. Ogni tanto uno squarcio tra i nuvoli ci fa apparire bizzarri frammenti di montagna grigia sul nostro capo: già il Corno del Doge li fende fino al cielo. Poi, salendo, la pioggia dirada, la nebbia s'interna tra gli abeti, scivola dietro i tronchi, apre misteriosi sfondi di buio nel verde, riappare tra i rami più alti, fumiga via verso il cielo che si è andato plagando d'azzurro: e le masse enormi delle montagne si compiono, raggiungono il sommo, si crestano in frastagli gialli da cui dilagano rovesci bianchi di neve giù per i costoni. Così raggiungiamo la malinconica conca di Misurina.

Per tutta la strada, nell'accompagnamento sordo della pioggia sugli alberi, ci ha seguìto preceduto attraversato, il canto ruvido e sobbalzante di camions appena visibili tra la nebbia come masse mostruose, la musica delle larghe rote piatte che stritolano i sassi nel fango; e un apparire e scomparir vago di profili d'affusti e di cassoni, e carriaggi che si tirano dietro uno sbatacchiare d'assi d'abete. È il movimento delle retrovie, che vediamo ogni giorno farsi più intenso. È pur questo un annuncio dell'inverno, cui la guerra si prepara. Anche nelle vallate che abbiamo percorso in giorni più miti oggi questo movimento cresce, sotto qualunque cielo, di giorno in giorno. Tra due mesi molta parte dell'Italia armata si troverà isolata su cime, sulle quali dovrà vivere e guerreggiare per otto mesi, senza comunicazioni verso il piano. È necessario che quanto occorre, per la guerra e per la vita, sia pronto e trasportato lassù tutto, per tempo.

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La Conca di Misurina, serrata a destra e a sinistra dalle Cadine e dalle Pale, diritte muraglie, guardata alle spalle dal Sorapis sveltissimo, s'apre a nord verso una cortina che in poche settimane ha vissuto una sua storia gloriosa. Quel triplice ammasso, composto e sicuro, là in fondo a destra, sono le tre cime di Lavaredo; ivi, salendo dal Ponte della Marogna, passava l'ingiusto confine, segnato da una fila di sassi dalla forcella alla cima, e a quella forcella il 26 maggio due reparti di alpini misero in fuga due compagnie e conquistarono la posizione; certo salutarono il Leone di San Marco che v'è scolpito in una roccia. Di là sentiamo ora il rombo del nostro cannone affievolire verso il nord. In faccia, uno dietro l'altro, Montepiana e Montepiano.