Il silenzio di chi aspetta, si nasconde, osserva. Poi giunto il momento dice una parola, l'unica efficace, e ritorna a tacere.
Il raro rombo della cannonata, che non falla, pare in qualche punto non faccia se non incorniciare il silenzio immenso delle cime e delle valli, sottolinearlo, farlo sentire più largo, più vasto, più sovrumano.
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Giorni sono m'ero trovato — e subito mi parve di dimenticare il come, il mezzo, il tempo, quasi ci fossi arrivato per incantesimo — in una radura ondulata e verdissima, in mezzo a panorami fuggenti d'abeti neri e di larici chiari, che si dilatavano a perdita d'occhio su per le coste molli fin verso le cime aspre sconfinanti entro i fumi errabondi del cielo. La radura era il centro di un silenzio infinito, d'una perfetta solitudine d'uomini e di cose umane. Verso il nord i monti imbruniti s'allontanavano, s'incanalavano fuggendo entro un imbocco in cui si precipitava la nebbia fumante su dai prati e dai boschi più alti: e fuori dal mondo della nebbia rompeva il mondo delle cime acute e frastagliate, come diviso in due cortine concentriche, una più vicina e più bassa, una più lontana e maggiore.
L'una era il vecchio confine, la cui occupazione costò la fatica d'una conquista; l'altra era il nuovo, ove ci stiamo aggrappando a pietra a pietra. E quella fuga di nebbia che s'incanalava nel passo aperto tra i monti, conduce verso la valle di Sexten, ove la lotta di difesa e di offesa è aspra come forse in pochi altri punti del fronte.
Siamo a Col Caradies, in faccia al Comelico, a dominio della Val Padola, la terza, con Val di Boite e Val d'Ansiei, delle vie di passaggio dall'Italia alla Drava.
Siamo in faccia all'epopea, i cui canti più alti si chiamano Sexten Seikofel Oberbacher, Croda Rossa. Ma nulla all'intorno sembra parlare di guerra. Ove le cime son libere dalla nebbia e dalle nubi, in qualche stria più regolare l'occhio esercitato riconosce una trincea, qualche strappo più chiaro nella roccia è il segno visibile lasciato dalle nostre granate. Dagli ultimi lembi del verde che tenta di arrampicarsi verso le rupi, vediamo uscire i cocuzzoli delle ultime tende d'un accampamento.
Ma son segni minimi e muti. Potrebbero essere i ruderi d'una guerra finita da anni. Sappiamo che attorno a noi le cime ci guardano dagli osservatorii, che nei prati dove passiamo caddero ancor ieri i colpi dei forti di cui quelle cime misteriose sono animate. Lo sappiamo, senza sentirlo: qui ci avvolge, c'incombe, ci stringe paurosamente quello che della guerra è il senso più strano, più angoscioso: il suo silenzio, il suo mistero, il suo perenne atteggiamento d'invisibile agguato. Silenzio e solitudine: non un uomo, non una casa, non un'arme, non una voce. Il verde senza pace e la discesa calma delle nuvole che ora vengono riassorbendo anche quei segni sperduti di guerra; la voce della montagna, compendio di silenzi lontani; la voce del verde, fatta di un avvolgimento morbido di tutti i sensi, di tutto l'essere, che sembra a ogni poco smarrirsi nello sgomento di quella grigia infinità, segnata a ogni poco da un colpo di cannone sperduto, rombi anch'essi silenziosi, senza scoppio, senza principio, come code di comete già spente: e la nebbia crescendo li assorbe, li dissolve nel grigio, che ora pesa su noi, su tutto il mondo, divinità diffusa e maligna, piena di mute minacce, di gelo, di paura.
Il vecchio e il nuovo confine sono scomparsi: non c'è più traccia di Roteck, di Cima Vallone, di Cima Vanscuro, di Quaternà. Sola riesce a fendere il grigio la punta del Monte Cavallino, ove la guerra è ogni giorno più viva.