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Monte Cavallino, segnando il confine del versante settentrionale di Val Padola, divide nettamente il Cadore orientale dal Cadore settentrionale. Da Monte Cavallino il confine scende con una leggiera inclinazione fino al Volaia, e in tutto quel tratto la guerra è, da tutt'e due le parti, non altro che un'attesa difensiva. Tuttavia pochi giorni sono potemmo occupare il massiccio di Monte Chiadenis e di Monte Avanza tra Val di Sesis (affluente del Piave) e Rio di Fleons (affluente del Degano), nella zona del Paralba, ove il confine tra il Cadore e la Carnia raggiunge la frontiera austriaca.
Ma al Volaia comincia uno dei settori di maggiore interesse; ed è il tratto compreso tra le testate di Val Degano e di Val But. Volaia, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande: nomi già gloriosi nella breve storia della nostra guerra. Di là da quella linea s'apre, verso l'austriaca Zeglia, Val Valentina, il cui passo fu conquistato il 13 giugno con una difficile operazione “poichè il nemico — diceva il comunicato relativo — dovette essere snidato di trincea in trincea e inseguito di balza in balza”. E lasciò nelle nostre mani armi, munizioni, bombe e prigionieri. Il giorno avanti, press'a poco nelle stesse condizioni, era stato preso il passo di Volaia; mentre fin dalla prima notte di guerra i nostri s'erano solidamente assicurati dei passi di Giramondo e di Vall'Inferno e della testata di Val Degano con un assalto alla baionetta, occupazioni che permisero il fiancheggiamento da occidente del passo di Monte Croce Carnico.
La lotta durò più giorni e fu conclusa il 30 di maggio. In quel giorno un battaglione e mezzo di austriaci con mitragliatrici attaccò i nostri alpini presso il passo; gli attacchi furono cinque, consecutivi, tutti respinti dai nostri, i quali allora presero a volta loro l'offensiva, sotto la pioggia violenta e tra la nebbia fitta, e con leggerissime perdite, e facendo duecento prigionieri, ricacciarono definitivamente il nemico. Con la quale occupazione fu chiusa all'Austria una delle più pericolose vie d'invasione verso la regione veneta. Da questo passo il nemico avrebbe potuto scendere, sia per Rio Collina e il canale di San Pietro (But), sia per il Degano, fino al Tagliamento sopra Tolmezzo, prendendo così di fianco le nostre difese che avrebbero dovuto scaglionarsi lungo il Tagliamento stesso invece d'essere impiegate sull'Isonzo. Alla perdita di quel passo gli austriaci non riuscirono mai a rassegnarsi; tentarono più volte di riprenderlo, e sempre inutilmente: il 30 maggio; il 3 e il 4 di giugno, in cui persero una batteria; il 14 tentando di irrompere contro la dorsale del Monte Avostanis, che domina il passo da est, con una violenta azione di artiglieria prima, poi con un attacco diretto che noi respingemmo alla baionetta volgendo in fuga i nemici. Dopo quindici giorni, il primo di luglio, il vano tentativo fu rinnovato di notte, con l'aiuto di razzi e riflettori e col lancio di gaz asfissianti.
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Il passo di Monte Croce Carnico è attorniato e guardato, a ovest dal Pizzo Collina nostro, e dallo Zellenkofel del quale ora è nostra una cima; a sud dal Tierz, nostro; a est dal Pal Grande dal Freikofel e dal Pal Piccolo. La situazione di queste tre cime rispetto al passo, spiega il frequente ricorrere dei loro nomi nella cronistoria della nostra guerra. Sulle tre cime passa il nostro confine, ma qualche ora avanti la guerra gli austriaci s'erano di esse cime impossessati. Noi riconquistammo il Freikofel ai primi di giugno con una lotta di circa dieci giorni, nei quali oltre il possesso della situazione guadagnammo centinaia di prigionieri: altre centinaia di austriaci vi rimasero morti. Allora il nemico si volse contro Pal Piccolo e Pal Grande (che fiancheggiano il Freikofel ai due lati) circa al 15 di giugno; il 18 e il 20 rinnovarono l'attacco contro il Freikofel direttamente, per volgerlo, il 22, contro la Cresta Verde, tra il Pizzo Collina e lo Zellenkofel; ritentarono i due giorni seguenti contro Pal Grande e Pal Piccolo: sempre respinti con gravi perdite. Ad assicurare meglio la nostra situazione noi occupammo, il 25, la cima dello Zellenkofel, mentre essi ritentavano quella del Freikofel. Il 26 il nemico tentò di riprendere lo Zellenkofel. Il 27 con artiglieria da montagna, faticosamente trasportata su di un'alta vetta, distruggemmo un accampamento che i nemici avevano stabilito sul rovescio di Pal Piccolo; il 28 essi cannoneggiarono Cima Zellenkofel; il primo di luglio tentarono attacchi notturni contro Pal Piccolo; sempre inutilmente: a ogni attacco che respingevamo, la nostra situazione nelle posizioni occupate si faceva più forte. Con quasi punte perdite da parte nostra, continuammo a logorare il nemico, che a ognuno dei vani e rabbiosi tentativi lasciava nelle nostre mani uomini e munizioni. E ogni volta allargavamo fruttuosamente la nostra occupazione; così il 1º di luglio un nostro reparto alpino conquistò un trinceramento nemico nel versante settentrionale del Pal Grande, trinceramento che molestava continuamente il nostro possesso del Freikofel. Anche questa trincea fu oggetto di attacco, le notti del 3 e del 4, da parte del nemico che voleva riprenderla. Altre trincee verso Val d'Anger occupammo l'11 e il 12 di luglio. I tentativi contro le tre cime divennero abituali. Nei giorni nei quali non eravamo impegnati a respingerle, continuavamo a disperdere, con tiri di artiglieria, i lavoratori incaricati di munire d'opere d'approccio le pendici austriache verso il Freikofel.
La menzione di simili attacchi inutili potrebbe continuare: nè è detto che essi siano per cessare.
Volendo riassumere la storia della guerra in questo settore, potremmo dividerla in due periodi. Nel primo, dal 24 di maggio fin verso la metà di giugno, tenemmo un'azione difensiva contro i tentativi disperati d'attacco che il nemico operava, sempre con forze preponderanti, e preceduti da intense preparazioni d'artiglieria che talvolta durarono fino a tre giorni su tutto il ciglio, a raffiche di otto, di dodici colpi contemporanei. Periodo nel quale si rivelò nei nostri una delle doti più preziose e più rare del soldato nella guerra moderna, cioè la resistenza all'artiglieria. Portavano indietro i morti e riprendevano la posizione, impassibili. Nel secondo periodo, da mezzo il giugno in poi, stabilitici incrollabilmente, ci permettemmo azioni offensive, piccole incursioni. Ora che il passo di Monte Croce e la testata del But — cioè il più pericoloso collegamento stradale tra Val di Zeglia e Val Tagliamento — è solidamente nelle nostre mani, le nostre truppe vanno lentamente e irresistibilmente allargando le loro posizioni verso tutta la valle dell'Anger, sede principale delle offese dell'artiglieria austriaca verso questa regione.