La valle dell'Anger è un vero campo trincerato, sistemato maravigliosamente, prodigiosamente armato da batterie multiple, d'ogni natura: mortai, obici, cannoni, mobili e fissi, da montagna e da campagna, di tutti i calibri, di tutte le portate.

Quante voci ha la valle austriaca dell'Anger, quando scatena la sua sinfonia!

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Perchè non sempre e non in ogni luogo la guerra è soprattutto silenzio.

Ma anche allora non appare come disordinato frastuono d'inferno: ma è una riquadrata, ben organata sinfonia, in cui distingui le voci e gli strumenti, segui i temi melodici e lo svilupparsi delle armonie. È una magnifica musica, piena di varietà, di solidità, di ordine e di esaltazione.

Un lontano rullo di echi sonori che per venti gole arriva fino alla vallata, ci invita ad avvicinarci. Montiamo per un poco, poi non basta montare, bisogna arrampicarsi. La strada s'è fatta mulattiera, e questa sentiero. E di mano in mano l'eco lontana è divenuta un preciso suono di rombi, isocrono, nitido. Le valli lo ripetono con armonie semplici. L'alba si fa giorno, la strada si fa ardua: e col crescer della luce e col ripire del cammino anche quel suono diviene più intenso e più rapido. Ora un rullo segue l'altro, ininterrottamente: sono tre rulli, tre note diverse prolungate dagli echi dei monti, e s'innestano su tre scoppi, uno più grave, due più acuti; e vengono di là dalle cime, da una lontananza ancor vaga dove la ripidità della costa sul nostro capo si perde tra l'infoscare degli abeti. Al di sopra un breve tratto di cielo candido e bianco senza una nube, rischiarato da un sole ancora invisibile. Siamo già tutti avvolti e come fasciati dai rombi.

Ed ecco, d'un tratto, mentre il mulo s'è fermato qualche minuto a riposare in una svolta dell'asprissima strada a scaglioni che ci conduce, — ecco, d'un tratto, l'eco dei tre rombi è percorsa sopra la mia testa da un sibilo acuto, trillato, rapidissimo, punteggiato da due scoppi secchi: una granata; e subito dopo, quasi a risposta contro il sibilo, traversa tutta la gola la nota meno alta d'uno shrapnell, con altri due scoppi secchi.

Da allora lo scoppio dello shrapnell e quello della granata non si distinguono più; si distinguono i due canti: il trivellìo aspro e acuto di questa, il fluire meno acuto e quasi flautato di quello. Gli schianti ininterrotti sono come note d'un accompagnamento sempre più rapido: il boato dei cannoni più lontani fa come una larga armonia continua su cui si appoggia il movimento accelerato degli scoppi e dei sibili, che ora fendono tutta l'aria intorno, incrociando in venti direzioni le loro linee diritte come lame.

E il mulo sale, faticosamente, un passo dietro l'altro, uno scaglione dopo l'altro, e giungiamo a uno spazio ove la gola apre una veduta abbastanza larga sull'altra costa. Ivi, proprio sulla cima, piomba lo scoppio dei sibili e rompe dalla roccia il pennacchio nero e violento della granata che penetra ed esplode; e a mezz'aria, nella luce diafana del mattino già alto, sbocciano le nebulette degli shrapnell, azzurre col lembo rosa, verginali, e si dilatano, e i raggi obliqui del sole le dissolvono. Altre sono grige come di perla, altre candidissime; mettono una nota strana d'ingenuità di contro a quei maligni sputi neri che saltano dalle rocce, in mezzo al fervore crescente dei rombi, al lacerìo sempre più intenso dei sibili, al moltiplicarsi violento degli scoppi.

E noi montiamo; e lo specchio del cielo si fa più ampio e più fulgido sopra il nostro capo.