Ma in quello specchio appare un punto nero lontano, e s'avvicina ed ingrossa, e poi si fa chiaro, e prende forma, e mette l'ali, due ali morbide e svelte di libellula. Un grido si leva da tutte le bocche:

— L'areoplano! —

È un monoplano nemico, alto sulle montagne e sulle valli, bellissimo: color di rosa, venato lievemente d'azzurro.

Da tutte le rocce, da tutti i boschi, da tutte le cime attorno, che parevano mute e deserte, si leva un fitto e continuo crepitìo di fucileria. L'areoplano non se ne accorge, avanza ancora, pieno di maestà e di grazia, fa una volata larga nel cielo, volge a destra e scompare.

Non ha lanciato le bombe che aspettavamo. Forse ha fatto un segnale? Noi procediamo: ma pochi minuti dopo, improvvisamente, la sinfonia, che non ha cessato un momento, raddoppia d'intensità, si fa vicinissima, moltiplica le sue voci.

Le granate non esplodono più nella costa di contro, ma in cima a questa su cui stiamo procedendo sempre più adagio. La cresta scoppia di tratto in tratto e lancia giù una gragnuola di sassi sulle nostre spalle, le pietre più grosse vengono a balzare tra le zampe dei muli che si spaventano, anche la strada davanti e dietro noi lancia sputi neri di terra e di roccia. La strada risponde col gemito lungo e bislacco dei muli imbizzarriti alle voci dell'aria e delle cime: e gemiti, schianti, miagolii, boati, scoppi, sibili, rombi, bussi, ululati, strappi, srotolar di nastri d'acciaio per l'aria, s'intricano in un crescendo maraviglioso d'armonia, incalzanti inebrianti frustanti: una gamma enorme di suoni che gli echi delle montagne riescono a fondere e lanciare come una voce sola contro il cielo già tutto invaso dal sole.

Smontiamo e ci arrampichiamo, quanto più rapidamente è possibile, su per un canalone di ghiaia, per ripararci nel solo luogo sicuro: una trincea.

Ancora attorno al Freikofel

Tolmezzo, 16 settembre.

Stento ad allontanarmi da questa regione brulla ed eroica, che dallo Zellenkofel al Pal Grande ha accumulato le più aspre difficoltà e per la difesa e per l'offesa; regione desolata, priva d'ogni fascino della terra e del cielo, senza messi nella valle, senza boschi alle cime, senz'alcun aiuto naturale all'opera dell'occupazione, e che segnò della nostra conquista prima il tratto forse più maraviglioso. Qui la prima conquista costò più che altrove: per ben due mesi dovettero combattere i nostri per prendere ed afforzare le cime che già in diritto appartenevano al nostro confine. E per due mesi combatterono e, che è quasi più maraviglioso, vissero, sotto la pioggia continua, in un terreno in cui la costruzione dei ripari era estremamente difficile, senza comunicazioni perchè queste strade furono costruite poi, allargando a carrareccia quella ch'era mulattiera, facendo mulattiera d'ogni sentiero da capra, scavando strade nei canaloni franati dalla vetta: ivi vissero e combatterono, conducendo su per quei dirupi non assalti isolati, nei quali l'impeto quasi ebro della prima mossa regge e spinge fino alla fine, ma serie ininterrotte d'assalti. Sul solo Freikofel se ne fecero sette, a baionetta in canna.