E può darsi che il lettore ricordi che altre volte gli ho detto qualche cosa di simile e si stanchi della monotona ripetizione. Ma la situazione è quella sempre, dappertutto, e non si stancano i nostri alpini — e i bersaglieri e la fanteria che appena posti là diventano degni alpini essi pure — e pazientemente riprendono quasi ogni giorno le azioni faticose e sanguinose. Il loro eroismo di fronte al pericolo è quasi meno ammirevole della loro resistente pazienza a una vita di quella sorte, che par non debba avere un termine mai.

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Eccoli, guardia arcigna del passo di Monte Croce, eccoli là giù, il Pal Piccolo, il Freikofel e il Pal Grande, come li abbiamo visti da una cresta di Monte Crostis ove il prato s'è arrampicato ad altezze cui giunge raramente.

Lungo la cresta corre una trincea, ora abbandonata, onde mosse nei primi giorni l'azione. Appoggiandoci al parapetto della trincea come a un terrazzo di belvedere, lo sfondo delle cime austriache, dal Rauchkofel al Polenick e al Köderhöhe, irto di punte nitide e candide, ci abbaglia. Ma più vicini e più bassi Pal Piccolo e Pal Grande, fiancheggiando il Freikofel e facendo una stretta triade con esso, s'isolano, tristi, freddi, maligni: il Freikofel specialmente, tondo come un cranio, e calvo con radi capelli d'alberi magri e brulli che ne fanno apparire più tignosa la calvizie, e tutto d'un colore maligno di croste risecchite giù per i fianchi che dal cocuzzolo tondo scendono alla radice ripidi senza una piega senza una sosta.

L'ho riveduto dal basso, dopo avere ripiti faticosamente gli scaglioni d'una gola angusta in cui piove sempre, anche nei giorni più quieti, qualche granata errabonda fischiata giù dal Köderhöhe. E di giù la sua crosta appare ancora più cattiva e maligna, corsa, dalla base alla sommità del cocuzzolo pelato, da un canalone di ghiaia: quello su per il quale gli alpini condussero i sette assalti impossessandosi della cima.

Ora sulle cime dei tre monti e sulle creste delle forcole che li congiungono e li distinguono, sono le nostre trincee, e a cinquanta, a quaranta metri, di faccia, di sotto, di sbieco, a seconda dei bizzarri accidentamenti della roccia nel versante settentrionale, le trincee nemiche. I nostri e i loro sono a faccia a faccia. Si vedono, si parlano, si uccidono.

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Ho potuto visitare parecchie delle trincee che costituiscono tutto questo sistema — limitato a occidente dalla testata di Val Degano e a oriente da quella di Val But; — ed era appunto un giorno in cui s'era dovuto respingere uno dei frequenti attacchi che il nemico ritenta contro queste posizioni invidiatissime: il 14 settembre. I soldati hanno osservato che gli attacchi più aspri furono fatti il 14 di giugno, il 14 di luglio e il 14 di settembre: forse gli austriaci annettono a quel giorno il valore di una misteriosa cabala. Ma la cabala non ha mai valso per loro. Anche l'altro giorno, quando sono arrivato alle trincee, essi avevano già cominciato a cedere e a ritirarsi. In realtà non s'erano nemmeno arrischiati troppo fuori dai loro ripari. Al solito, avevano cominciato, all'alba, con un intenso cannoneggiamento di tutto il settore, subito accompagnato da fitte scariche di fucileria dalle trincee, che, come ho già detto, sono in qualche punto a non più di quaranta metri dalle nostre. E poco dopo da qualche trincea qualche linea di soldati era uscita accennando ad avanzare: movimento più accentuato ove la trincea loro non era parallela alla nostra ed essi potevano quindi sperare nell'effetto di un fuoco d'infilata. Ma dopo pochi metri erano stati falciati, nè altri si arrischiarono dietro i primi. Continuò il fuoco da tutte e due le parti: fuoco di cannone e di fucile, perchè le artiglierie del Pölenich e del Köderhöhe proteggevano in avanti la loro azione, così come le nostre più alte proteggevano la difesa. Perciò le granate austriache che cercavano le nostre trincee s'incrociavano con le nostre che battevano sulle trincee nemiche; una specie d'infernale padiglione di sibili e di scoppi s'intesseva e s'incurvava sopra le opposte gragnuole della fucileria. Fortunatamente le nostre trincee sono in angoli morti rispetto ai loro tiri d'artiglieria e non temono l'arrivo diretto delle granate; d'altro canto sono così saldamente scavate nella roccia e così ben protette, sopra e dinanzi, dalle murature e dagli strati spessi dei sacchi, che lo scoppio dei proiettili anche a poca distanza ben raramente le offende. Ognuno degli attacchi che dobbiamo respingere rappresenta per noi una percentuale di perdite assolutamente irrisoria di fronte al logorìo continuo di forze del nemico.

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Irrisoria.... La parola pare crudele a chi ha visto un morto. Vedere l'uomo, che poco prima stringeva un fucile e gridava una parola di vita impetuosa e sorrideva una sfida alla morte, fatto pochi minuti dopo inerte e solenne, recinto attorno dalla pietà commossa dei compagni — vi richiama d'un tratto, in mezzo a tanto tumulto di esasperata vita collettiva, a quel senso dell'individuo che l'aspetto della guerra aveva assolutamente abolito dalla vostra visione.