Ma il primo cadavere che ho veduto era austriaco.

Fu appunto da una di queste trincee. Spingendo lo sguardo di là da una feritoia, un momento in cui l'azione illanguidiva, nel breve tratto che mi separava dalla muta trincea nemica, scorsi, gettata bocconi in un anfratto della roccia, una forma semiumana, schiacciata contro il suolo come da un'antica intemperia che vi fosse passata sopra senza possibile rifugio. Potevano alle prime parere nulla più che vesti, dalle quali il vento, la pioggia e la polvere avevano tolto ogni definibile colore; ma un ondeggiare sotto di quelle mi vi faceva sentire entro la presenza delle membra, mentre pure avevo l'impressione che andando a raccogliere quella cosa essa mi si sarebbe sfasciata tra le braccia. Poi mi accorsi che un piede usciva di sotto, una mano di fianco, un piede e una mano fatti vicinissimi dalla deformazione del cadavere e dallo scorcio violento in cui la forma del suolo me lo presentava. E d'improvviso mi s'integrò nella mente tutto il corpo morto come doveva essere ridotto sotto i cenci scoloriti: appiattito, slogato, lacunoso: raccapricciante in quel tragico abbandono.

Anche invitati dai nostri a ritirare i loro cadaveri con la promessa d'una sosta nelle offese, non sempre gli austriaci si fidano, e rifiutano: — Se non tirate voi tiriamo noi — rispondono. E lo fanno davvero. C'erano tre cadaveri austriaci in quello stesso punto. Alcuni nostri soldati, non riuscendo a credere alla cinica affermazione austriaca, uscirono e corsero per adempiere essi all'ufficio pietoso. Ma gli austriaci mantennero la promessa e spararono. Tuttavia anche feriti i nostri riuscirono a raggiungere e raccogliere due di quei cadaveri e a portarli tra i nostri. Gli austriaci raddoppiarono il tiro tanto che un ufficiale dovette ordinare ai nostri di non uscire più e di abbandonare il terzo.

Ora quei due sono sepolti in un piccolo cimitero a valle della posizione. Nel luogo più riparato e sicuro i soldati italiani non hanno disposto una trincea, un ridotto, un appostamento, una sede di comando: ma il cimitero, in cui all'occorrenza dànno ospitalità anche ai nemici rifatti fratelli dalla morte. Rocce altissime lo proteggono, alberi radi lo adornano, file di crocette bianche con un nome e una data lo costellano, dandogli aspetto di placida aiola: aiola di gloria e di pietà. Vengono ivi ogni giorno, anche per un sol minuto, a salutare i morti; cercano di fare attecchire qualche fiore, sradicato dai dirupi, nella terra arida. I fiori attecchiscono e il vento dell'alpe li nutre, sotto il sibilare delle granate. I soldati, a capo scoperto e volti chini, guardano con affetto le tombe. E tacciono, finalmente. È la sola isola di silenzio e di meditazione in mezzo all'ondata impetuosa e fragorosa del loro ardore impaziente.

Il silenzio di Malborghetto

Chiusaforte, 18 settembre.

Quando i primi comunicati del Comando Supremo ci dissero occupate le testate di Valdogna e di Val Raccolana, abbiamo potuto credere che questa occupazione rientrasse semplicemente in quel sistema di prima rettificazione ed afforzamento del vecchio confine, che costituì il primo momento — rapidissimo — della guerra.

Invece Valdogna e Val Raccolana hanno rappresentato per noi qualche cosa di assai più che un lembo estremo di terra nostra da difendere.

Non alludo con questo all'opinione, abbastanza diffusa, che tra i piani d'invasione di Conrad fosse quello per Val Fella e per le valli, diramate come le nervature d'una foglia di vite, o, se più vi piace, come l'ossatura di una mano, che formano la caratteristica dell'angolo nord-orientale della Carnia e dell'Italia. Ragionare sopra piani d'invasione non posti in atto è cosa alquanto inutile e pazzotica.

Ma Valdogna e Val Raccolana hanno significato per noi Malborghetto. Malborghetto, chiave dell'alta Val Fella e con essa di Tarvis onde muovono diritte le due arterie più vive dell'Austria, fu uno degli obiettivi più tenacemente perseguiti e più utilmente raggiunti dalla nostra offensiva.