Ora Malborghetto tace, e il suo silenzio è dovuto alla sùbita sicurezza che la nostra azione primissima ha saputo dare alle più alte valli della Carnia orientale.

Prendere Malborghetto procedendo da occidente a oriente, a ritroso del corso dell'alto Fella, sarebbe stata impresa lunga, pericolosa, sanguinosissima, e tutt'altro che sicura.

Far tacere Malborghetto operando dal sud, dall'estrema nostra costa che dalle profondità di Valdogna sale fino alla cresta percorsa, parallelamente all'alto Fella, dal nostro confine, fu una delle idee più geniali fra le tante genialissime in cui si scompone e si complica l'opera del nostro piano di guerra. E la piena riuscita ne ha dimostrato luminosamente la genialità.

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Valdogna era già tutta compresa nel nostro territorio, ma la testata, che giunge appunto alla linea di confine, dovè esserne conquistata e rafforzata i primi giorni di guerra. Perchè gli austriaci, che sapevano quanto fosse necessario in una guerra di questo genere essere padroni delle cime, avevano tentato d'impadronirsi di tutte le punte, non già allo scoppio della guerra, ma qualche ora prima. Noi sparammo la nostra prima cannonata la mezzanotte del 24, essi avevano sparato la loro prima fin dalle 18 del 23, e subito erano corsi a prendere le punte ove passava il confine, con sei ore dunque di vantaggio sui nostri.

L'irregolarità del procedimento non valse, chè da tutte furono ricacciati.

Valdogna dunque era nostra. Ma in un punto, in uno solo, essi erano rimasti, cioè nella forcella Cianalot, che scende dal costone a nord della Valdogna: posizione privilegiata in quanto rappresentava un occhio del nemico aperto su tutta la nostra valle. E perchè ne sapevano l'importanza l'avevano da tempo afforzata con trincee di calcestruzzo. Perchè il Cianalot fosse soltanto un occhio del nemico sulla valle e non si trasformasse anche in una strada per accedervi, i nostri alpini avevano occupato subito una costa diruta del monte Pipar, che dal Cianalot chiude la valle fino alla testata, cioè alla sella di Som Dogna. E di là sorvegliavano il nemico. Al disopra del Cianalot, verso nord, si levano i due Pizzi, per i quali passa il confine, all'altezza di oltre duemila metri: e di essi il più alto, Pizzo Occidentale, era occupato dagli austriaci, il più basso dai nostri.

Così attorno alle trincee del Cianalot si stringeva una rete di vigilanze oculate dall'una parte e dall'altra; ma l'occhio nemico rimaneva sempre aperto sulla nostra valle, e pareva impossibile accecarlo, perchè appena occupato dai nostri il luogo si sarebbe trovato sotto la gragnuola delle granate che il Pizzo Occidentale non avrebbe mancato di rovesciare su di esso.

Ma questa guerra pare sia fatalmente disposta a dimostrare che nessuna impresa è impossibile all'ardire italiano. Il 30 di luglio, mentre da Granuda un attacco frontale si dirigeva contro il Pizzo austriaco, e una colonna da Forcella di Bielica accennava un'azione diversiva verso Lusnitz in fondo di Val Fella, allo scopo di attirare su di sè le riserve che avrebbero potuto essere impegnate a sostenere la difesa del nostro obbiettivo d'attacco, le batterie di Valdogna aprirono improvvisamente, tutte insieme, un fuoco d'inferno contro le trincee del Cianalot; un fuoco che durò parecchie ore, ininterrottamente; tutta la gamma degli spari, da quelli dei calibri maggiori a quelli dei minori, si rovesciò sui duecentocinquanta austriaci che tenevano la forcella, li assordò, li lasciò letteralmente storditi. Poi i nostri cominciarono ad allungare i tiri verso la parte più alta del monte, un po' più su delle trincee da occupare, sempre mantenendo altissimo il frastuono infernale: gli austriaci credevano che noi sbagliassimo il tiro e si stavano rannicchiati per proteggersi dai frammenti di roccia che rotolavano giù dalla cresta battuta; aspettavano che la tempesta passasse. Invece venne la folgore; con l'allungamento dei tiri i nostri non miravano ad altro che ad ingannare il nemico, a mantenerne il salutare stordimento, e a far luogo all'attacco diretto dei nostri alpini; i quali volarono su per il Cianalot, furono sopra ai nemici, e di duecentocinquanta che erano ne trafissero centoventi con le baionette e ne presero centosette prigionieri, prima che potessero risentirsi. Gli altri riuscirono a nascondersi tra i dirupi, senza difendersi. Tra i prigionieri fu il capitano, il quale appena si vide addosso quegli arditissimi cercò di precipitarsi al gabbiotto del telefono. Nel gabbiotto bisognava entrare carponi per un buco; egli v'era già dentro con mezza la persona, un alpino lo raggiunse e riuscì a prenderlo per una gamba; così tenendolo fermo recise con una forbice i fili del telefono, poi tirò fuori il capitano che strillava e insultava gli assalitori. A stento riuscì ai nostri ufficiali di trarlo dalle mani degli alpini. Fatto prigione e alquanto placato, egli stesso volle stringere la mano di quelli che l'avevano preso ed ebbe parole di ammirazione per la loro audacia.