Così avemmo a un tempo il Pizzo ancora austriaco e il Cianalot; fu chiuso per sempre l'occhio del nemico sulla importantissima valle, che continuò e continua ad afforzarsi di opere d'ogni sorta, e specialmente di strade. In pochi altri luoghi come in questa valle si potè ammirare la tecnica della guerra di montagna, in cui contemporaneamente occorre provvedere le strade provvisorie per armare e quelle definitive per il rifornimento. Il quale ora si compie in modo continuo e perfetto.

Sul Pizzo Occidentale i soldati vi mostrano ancora, con sguardi pieni di legittimo orgoglio, gli strappi chiari fatti nella roccia nera dalle loro granate.

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Una delle vallette laterali di Valdogna è quella del torrente Montasio, che porta al Jof di Montasio, la cui cima tocca la quota di 2754 metri. Per la cima passa il confine, e tutto il monte era nostro. Ma al Jof di Montasio, che è pieno di caverne e di anfrattuosità, si accede per mezzo di corde metalliche dalla testata dell'austriaca Val di Seisera: e un piccolo drappello dei loro era riuscito una notte a raggiungere una di queste anfrattuosità dalla parte che guarda la nostra valle, a incavernarvisi, a stabilirvi un osservatorio. Scivolando in mezzo alle strettissime e dirute guglie in cui la cima si frange, erano riusciti anche a collocare un filo telefonico che dal detto osservatorio saliva alla cima, attraversava ivi il confine, e scendeva dall'altra parte, ove un apparecchio ricevitore accoglieva indisturbato il risultato delle osservazioni. Per parecchio tempo la giustezza di certi loro tiri nella valle (e le case scoperchiate di alcuni di questi paesetti ne fanno ancora testimonianza) dettero segno ai nostri dell'esistenza di un osservatorio da quella parte: ma non si riusciva a individuarlo. I nostri alpini, restringendo sempre le ricerche, andarono ad appostarsi sul Jof di Miez, a duemila metri, in faccia a quello di Montasio, nel versante meridionale del Dogna; di là finalmente scoprirono un giorno un austriaco che usciva dalla caverna per le quotidiane osservazioni. Allora l'osservatorio fu battuto dalle artiglierie, poi gli osservatori furono snidati dalla loro caverna, vero nido di aquile, con un attacco diretto, e l'occupazione il 22 di giugno fu estesa alla imminente Cresta Verde, a 2634 metri di altezza, contro la quale il nemico tentò poi più volte vani attacchi notturni.

Ma il nemico conosce il valore di queste valli, e non potendo più sperare di rimettervi piede, vi sfoga contro talvolta un poco di inutile rabbia. Giorni sono un areoplano si presentò a cinquecento metri al disopra del Montasio, percorse Valdogna, uccise un cavallo con una bomba, arrivò fin sopra la stazione di Chiusaforte, e ne ripartì senza aver fatto danni di sorta. Era una giornata limpidissima e calma, quali sono oramai rare tra questi monti: nei giorni comuni un tentativo di questo genere non potrebbe essere fatale che per l'areoplano stesso.

E sparano, ogni giorno, un po' a caso, colpi un po' d'ogni calibro, non più contro nostre batterie, che non possono più individuare, ma dove possono credere che abbiamo degli osservatori. In un giorno solo hanno sparato più di mille colpi.

Sparano, si spostano, sparano ancora. Hanno ancora due dei loro 305, che tuonano per una, due, tre settimane contro Valdogna: poi tacciono tre o quattro giorni, poi riprendono a tuonare contro Val Raccolana. Di dietro il Nebria tirano in Valdogna (in un giorno solo mandarono in direzione di Implanz settanta colpi); di dietro il Raukoff si accaniscono verso Val Raccolana, con i loro tiri uguali, uno ogni sei minuti all'incirca, cui i soldati e gli operai si sono abituati magnificamente.

Ma Malborghetto tace.

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Tace Malborghetto, e tacciono i forti del suo sistema, da tempo. Il piazzamento delle grosse batterie contro Malborghetto fu compiuto il 12 di giugno; il primo colpo fu tirato dal generale Cadorna per augurio.