Il giorno dopo fu incendiata, con esplosione di depositi di munizioni, la parte alta di Malborghetto; il 13 esplose la parte bassa del forte Hensel; il 16 fu ruinata la cortina che unisce l'opera alta all'opera bassa di Malborghetto e le piazzuole dell'artiglieria scoperta; il 23 fu sfondata una cupola del forte Hensel; nuovi danni alle opere di Malborghetto furono ottenuti con azioni dei primi giorni di luglio; il 29 fu sfondata un'altra cupola del forte Hensel.

Ora Malborghetto tace. Gli austriaci lo hanno fornito di appariscenti cupole di cartone per ingannare i nostri sull'effetto dei tiri, ma il cartone non fa il monaco e quel cartone è oggetto di riso ai nostri allegri artiglieri.

Tace Malborghetto, ma parla ancora, dietro Malborghetto, il Nebria, parla ancora il Gugberg. La serie delle cime da prendere, delle valli da varcare, dei forti da smantellare, par che si rinnovi a ogni nuova conquista. Battute le opere permanenti, le cime all'intorno, che erano già nidi solitarii d'uccelli rapaci, e ieri posti di sentinelle avanzate o di osservatorii, diventano esse stesse forti. Le opere permanenti cedono il luogo alle batterie mobili, il lavoro d'individuazione deve rinnovarsi ogni giorno. Tutta la somma della guerra si restringe nelle pupille di pochi osservatori, che debbono ogni giorno scoprire una vampa nuova, minima, senza fumo, sortire da un crepaccio fino a quell'ora muto e cieco: e sanno che quella vampa è già pronta a spostarsi, sanno che domani dovrà rinnovarsi il lavoro di scoperta.

Così si cerca di moltiplicare l'azione dei tiri indiretti: alcuni di questi angusti e profondi incassamenti di montagne son diventati vere e proprie orchestre di artiglierie, disposte secondo la varia portata degli strumenti, pronte a un cenno direttoriale che scateni la sinfonia: i pezzi di maggior calibro in fondo alle valli: enormi gole di bronzo, piantate sugli affusti saldamente come lottatori incrollabili, sopra le piattaforme girevoli. A mezza costa i muscoli più svelti dei pezzi un po' minori, rintanati nelle caverne di cemento, confusi tra il color vario delle crepe e delle stratificazioni che striano e macchiano tutta la montagna e rendono impossibile a pochi passi distinguere con precisione un disegno o una forma; più su, in qualche conca che pianeggi nella costa del monte, batterie medie, coperte di frasche d'abete, boschetti ingannevoli che paion recessi di ninfe; più su ancora le batterie minime e più mobili, avanguardie snelle e leggiere del corteo, paggi dei giganti.

Da ultimo, al sommo, allo scoperto, l'uomo col fucile e la granata a mano, la trincea, la vita che va a braccio ogni minuto allegramente con la morte.

Allegramente. In quasi tutte le trincee c'è almeno un mandolino e una chitarra, e un giuoco di bocce.

La città senza bandiere

Udine, 20 settembre.

Udine è oggi — estate autunno del quindici — la città più interessante d'Italia. Tutta l'Italia è intenta soprattutto qua. È la città più importante della nazione. Poi viene, forse, Roma, caput mundi. Ma prima Udine. Non il capo; è il pugno d'Italia, che tiene stretto il ferro con la punta oltre l'Isonzo e lo spinge sempre più in là. O, se preferite, che stringe le briglie della nostra corsa verso la vittoria. O quale altra immagine vi piaccia meglio; ma oggi non è tempo da immagini. E non è città da immagini questa. Piena di fatti, positiva, ferma, tenace, pronta.

Era una città del silenzio. Oggi è piena d'una vita nuova, tutta azione fragore rapidità. Ma l'anima ne è calma e silenziosa ancor oggi come prima.