Non dobbiamo immaginarci che ciò diffonda su essa un senso di pena, che essa ne sia divenuta come un luogo di dolore, donde la guerra si vede da vicino in quello che ha di più orribile e di più compassionevole.
Non è vero affatto. Per accorgersi che questa è una delle più vicine e maggiori tappe di feriti, bisogna pensarvi, e cercarli: tanto ne è saggia la distribuzione. E di feriti ce ne sono, e assai più si potrebbe ospitarvene: circa duemila e cinquecento almeno. L'ospedale militare centrale, il collegio Toppo Wassermann, l'ospedale civile con succursale nelle scuole di via Dante, il seminario arcivescovile, l'ex caserma Duodo: ecco, oltre i parecchi e modernissimi ospedali da campo, tutti luoghi destinati ai feriti e ai malati. Modello di tutti è riuscito il Toppo Wassermann. Era un collegio, fondato con un lascito privato di un milione da un irredento: ora — pur continuando a ospitare durante l'estate in due camerate una ventina di ragazzi che essendo di famiglie triestine non furon potuti rimandare a casa — ha ceduto gratuitamente tutti gli altri locali e l'intero personale di servizio all'autorità militare. Tutta l'organizzione e il personale del collegio, dal rettore al cuoco, sono rimasti, e sempre gratuitamente, a servizio della nuova funzione. Soltanto i medici sono militari; il servizio e la direzione fu assunto dalle dame della Croce Rossa, che qui funzionano egregiamente. Ho potuto vederne tutte le sale: quelle dei feriti gravi, dei leggieri, degli ammalati, degli infettivi, dei feriti prigionieri, delle operazioni. Non ho avuto, fin dal primo entrare, l'impressione stringente che fa l'entrare in uno dei nostri soliti ospedali civili. Non so se fosse la gran luce, l'aria circolante, la chiarezza delle pareti, la candidezza delle dame bianche con la croce vermiglia, o la serenità e spesso la giocondità dei volti dei feriti che vi erano ospitati, o il vedere vuoti almeno una metà dei letti disponibili e pronti. In mezzo a una sala c'era una grande tavola bianca, piena di fiori, di cristalli, di bibite multicolori, di dolci. In fondo un altare infiorato e bianco, per la messa; è mobile, lo trasportano un po' in tutte le stanze.
Nessuno degli ospiti pensa a parlarvi della sua ferita; se glie ne domandate, dopo poche parole vi accorgete che egli ha già cambiato discorso. Parlano più volentieri dei fatti d'arme cui hanno preso parte: della conquista del Kuk, dell'ardua salita di fuoco alla Podgora, delle giornate tremende di Plava, del Carso desolato e violento, delle bombette che gli austriaci lanciano dalle cime dei cerri quando una loro trincea sta per essere raggiunta dai nostri, che a poco a poco le raggiungono tutte. Quasi tutti hanno voluto tenere il vestito che avevano quando furono feriti, e vi mostrano lo strappo. I pochi feriti alla testa hanno il berretto sotto il guanciale: ve ne fanno esaminare con molta compiacenza gli squarci. Alcuni si tengono sotto le lenzuola una cartuccia austriaca, un pezzo di shrapnell, una pinza di cui il nemico si serviva per tendere i reticolati, altri ricordi. I più sono feriti ai piedi, alle gambe, alle mani. Un fiorentino di Borgo dei Greci, allegrissimo, aveva la testa e mezza faccia fasciata; aveva perduto un occhio. Poi m'accorsi che aveva fasciati anche un braccio e una mano. Mi spiega che siccome nello sparare si chiude un occhio, lui potrà benissimo tornare al fronte e sparare ancora. L'importante per lui era che guarisse presto la mano. Tutti hanno questo solo pensiero: tornare al fronte. C'è in ognuno come un senso di delusione che quella grande cosa cui si era preparato con tanto fervore, debba, per lui, essere finita così, dopo pochi giorni, in un momento, mentre c'è ancora tanto da fare per gli altri. E vogliono tornare. E molti torneranno. Guariscono rapidamente, non è avvenuto che nessuna ferita si aggravasse nei feriti portati dal campo. Non so se ci siano statistiche in proposito ma mi fa l'impressione che la percentuale dei feriti che riprenderanno il fucile sia enorme. Allegrissimo era anche un altro, che aveva una palla nella pancia. Quando non sono in posizioni pericolose, non le estraggono: così si cominciò a fare nella guerra russo-giapponese. Il mio ferito passeggiava nel cortile dell'ospedale, fumando. Diceva: — penso a quando gli austriaci non avranno più palle: e io che ce ne ho una delle loro qui dentro! — E si fregava le mani.
Uno aveva perduto un po' di materia cerebrale, e dell'altra, quasi un cucchiaio, avevan dovuto levargliene. Affermava che è un rimedio eccellente contro il mal di testa. Mai la vitalità magnifica della nostra razza mi è apparsa manifesta e rigogliosa come in quel luogo. Di tutta la razza, non di una regione sola, perchè questi sono montanari e pianigiani, toscani, meridionali, padani: un po' d'ogni luogo d'Italia.
La loro gaiezza si diffonde in tutto l'ambiente e soverchia di gran lunga l'angoscia di qualche grido che viene dalla sala operatoria e da quella dei feriti più gravi. C'è qualche cosa di sorridente dappertutto; parte dai letti, va alle infermiere e agli aiutanti, guadagna i visitatori che sono entrati timidi e spauriti. Nella sala dei feriti prigionieri ho visto un rumeno verdognolo, della Transilvania, che non sapeva parlare che la sua lingua. S'accingeva a mangiare. Ferito a una mano (la sinistra) non gli riusciva di spezzare con l'altra sola il pane e la carne. Allora una infermiera venne in suo aiuto e spezzò il pane. La cosa dovè parergli giocondissima, perchè si mise a ridere a squarciagola e ci volle un bel po' prima che potesse rimettersi tranquillamente a mangiare.
M'hanno detto che in generale non arriva all'ospedale nessuno completamente sprovvisto di danaro: le venticinque o le trenta lire almeno le hanno tutti. Uno, un decoratore toscano, aveva un libretto di deposito del Banco di Siena con mille lire.
A chi interessasse qualche altro dato sulla organizzazione ospitaliera di Udine, posso ricordare anche l'eccellente gabinetto radioscopico municipale diretto dal dottor Giuseppe Murero, che si presta gratuitamente per l'esame radioscopico dei feriti in guerra; e della privata casa di cura del dottor Cavarzerani, ospedale chirurgico, che ha fatto col Governo un contratto sul genere di quello dell'Ospedale Civile.
In quest'ultimo i feriti sono curati sino a guarigione completa: dagli altri son fatti procedere verso i maggiori centri ospitalieri appena sieno sicuramente trasportabili.
Non posso abbandonare questo argomento senz'aver ricordato una figura popolarissima qui in Udine: quella della signora Adele Luzzatto, che, settantenne, presta servizio al Toppo come dama della Croce Rossa, per otto, nove, dieci ore al giorno, con un'alacrità e serenità che sono di sprone e di ammirazione per tutte le altre: con quella stessa alacrità, con cui ha curato i feriti del sessantasei.
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