Più dei feriti dànno una dolorosa impressione i profughi.
Merita un rapido sguardo l'organizzazione dell'ospitalità data ai profughi delle terre irredente. Il 21 di maggio, cioè tre giorni avanti lo scoppio delle ostilità, cominciarono ad affluire a grossi gruppi i regnicoli che prima erano stati trattenuti dall'Austria e poi ceduti; il comitato costituitosi allora sotto il nome di “Delegazione per l'assistenza dei profughi” li ha fatti rimpatriare.
Due giorni dopo il principio della guerra cominciarono ad arrivare anche cittadini austriaci dei paesi che a mano a mano si venivano occupando, e di quelli vicinissimi alla linea del fuoco: in tutto circa tremila. Di questi soltanto il cinque per cento di uomini: inabili in ogni modo alle armi, e qualcuno di novanta, novantadue e fino novantasei anni. Ne ho visto uno ch'era stato ferito in Galizia combattendo contro i russi, e la guerra d'Italia lo aveva sorpreso mentre stava in cura, a casa sua. Venivano a gruppi di cento o duecento: il massimo degli affluiti in un giorno fu di mille cinquecento.
Il comitato di Udine ha disposto per alloggiarli varî locali: il Ricreatorio del Carmine, il Patronato Femminile, la Palestra di Viale Venezia, la Sala Olympia nella frazione suburbana di Paderno (per i soli slavi questa). Appena arrivano hanno latte e pane. Poi il governo passa loro buoni per pranzo e cena quotidiani alle Cucine Economiche: ai bambini e ai vecchi si continua la distribuzione di pane e latte. A tutti è cambiata ogni due giorni la paglia, e hanno visite mediche continue. Uno speciale comitato di signore si occupa dei bambini ammalati. Tutti poi sono sorvegliati perchè non entrino in città e non si avvicinino troppo agli estranei, e questo per espresso ordine del Comando militare. I casi, tutt'altro che frequenti, di morbillo e d'altre malattie infettive, sono immediatamente isolati.
Si trattengono in Udine per due, tre, quattro giorni; poi sono mandati a Firenze, a Siena, a Lucca, a Novara, a Benevento. Ai più sprovvisti si dà anche, quando ripartono di qua, un po' di denaro; son fatti viaggiare in carrozzoni di prima o di seconda classe, con tutte le possibili comodità. Ma non tutti sono sprovvisti. Uno di loro possedeva mille corone. Alcuni si erano portati i loro animali e masserizie, specialmente sacconi: giunti qui hanno vendute le bestie, con l'assistenza del Comitato.
Questi che sono venuti a Udine erano dei paesi oltre l'Iudrio, fino a Gradisca: di Lucinico (e non tutti sanno la sorte toccata al loro paese), di Fratta, di Gradisca, di San Floriano, di Mossa, di Caprivi, di Cormons. Dai paesi al sud di Gradisca hanno fatto invece capo a Cervignano, donde furono mandati direttamente a Firenze.
Sono stato qualche ora tra i profughi ospitati al ricreatorio del Carmine. È una vasta sala con un teatrino, molto chiara e arieggiata. Tutt'intorno i letti, così nella sala come nel teatrino. Quanti bambini! Nulla di quanto può vedersi in questi luoghi e in questi giorni, non le donne abbandonate non i feriti non i profughi non i disoccupati, dà il senso di pena che danno questi bambini, soccorsi nutriti curati, ma spauriti, con grandi occhi spalancati che vedono e non intendono. La cosa più penosa della guerra è vederla riflessa nei bambini e a stento riusciamo a consolarci pensando che la combattiamo per loro, per l'altra generazione. Tutto quello che di più grande e di più nobile si fa nella vita dell'uomo, si fa per l'altra generazione: quella a cui dobbiamo — e non possiamo mai compensarla abbastanza del beneficio — il senso sicuro della nostra continuità, unico rimedio contro la disperazione della vita che passa e della morte che ci aspetta.
Donne e bambini salgono e scendono per la scaletta che dalla sala conduce al palcoscenico. Dall'uno e dall'altro lato della bocca di scena due vecchi avvisi ammoniscono:
“È assolutamente vietato l'ingresso a chi non appartiene alla scena”.
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