Come scende la sera, l'impressione di tumulto si frange in cento sensazioni minori, la vita unica che pervadeva la città pare interrompersi nelle plaghe d'ombra, ombra in cui è proibito accendere lumi. Allora nasce intorno a voi il frammento e l'episodio.

Ecco un gruppo di boy scouts con la camicia verde e l'ampia falda: si son resi utilissimi facendo da fattorini e da guide infaticabilmente da mattina a sera, vediamo già in loro la bella Italia di tra dieci anni. Scompaiono, al passo, in una via stretta già tutta guadagnata dalla tenebra. Piazza delle Erbe è ancora tutta odorante di spigo. In piazza del Duomo un tumulto maggiore: l'assalto quotidiano dei soldati alle rivendite dei giornali.

È un'ora che pare di riposo: vi si possono cogliere piccole impressioni di gaiezza, meglio che nelle altre ore del giorno. Fermiamoci, per esempio, vicino a qualche buca per le lettere. Le buche sono tutte a due a due: nell'una è vietata la impostazione ai borghesi, nell'altra ai militari. Il divieto è scritto a lettere di manifesto sulle buche, ma a buon conto ognuna è guardata da un carabiniere. Si avvicina un soldatino con una lettera da impostare, fa per metterla nella buca a lui vietata. Il carabiniere lo ferma: — Qui non possono impostare che i borghesi. — Allora il soldatino si guarda attorno, vede un borghese, e porgendogli la lettera lo prega candidamente:

— Mi farebbe il piacere di imbucarla? —

Il borghese eseguisce, il soldatino (certamente è un volontario!) è tutto felice, il carabiniere sorride. E io penso con soddisfazione che un italiano non sarà mai un tedesco.

Ma sono episodi minimi, piccole monellerie di un popolo geniale. Mi fanno accorgere di una cosa importante: che questa vita piena di limitazioni, senza telegrafi, senza telefoni, senza libertà di circolazione, ricca di censure, sotto la scrupolosa sorveglianza delle autorità, non per questo dà al privato un senso di peso, di legame, di dispotismo. Troppo è comune e concorde l'ideale da raggiungere, perchè il senso della libertà individuale sopravviva.

E nell'aria continua la pioggia di viole del vespero. Faccio un saluto malinconico alla statua della pace di Campoformio — un dono di Napoleone — e salgo su per la collina che i soldati d'Attila, dice la leggenda ancor viva nelle campagne, costruirono portando ciascuno pieno di terra il proprio elmo, e dond'egli, il vecchio buon tedesco, contemplò l'incendio di Aquileia. Sfuma il vasto orizzonte delle montagne carniche piene di punte e di movimento, delle Giulie, rigide monumentali muraglie. Sopra il nostro capo vigilano dall'alto le vedette anti-aeree.

Andiamo a cena. Troveremo una trattoria cordiale, del tipo della trattoria di campagna, ove si può stare all'aperto in una terrazza che guarda la Roggia. V'incontreremo brigate di volontari, quasi tutti irredenti, istriani e dalmati (quanti dalmati incontriamo tra le file dei volontari!), allegri come collegiali, ardenti dell'ora grande che li aspetta domani e cui hanno voluto concorrere, vincendo già prima una lunga battaglia d'audacia e d'astuzia per isfuggire alla rete terribile che voleva trattenerli.

Una fanciulla con gli occhi color grigio-verde m'insegna una villotta friulana:

Se saviesis, fantacinis,