E finalmente il comunicato del 19 giugno esponeva con rara diffusione di particolari i lineamenti dell'impresa portata a felicissimo termine.

“Vi esisteva un ponte che fu rotto dal nemico. Con grande sforzo ed ardimento, stabiliti i passaggi nella notte, le nostre truppe all'alba del 16 iniziarono l'attacco; questo procedette tutto il giorno con lentezza a causa della resistenza del nemico e delle grandi difficoltà del terreno, accresciute da rilevanti ostacoli artificiali: solidi trinceramenti, protetti da profondi reticolati di grosso fil di ferro, rafforzati da spranghe e da ferri a T; numerose artiglierie di grosso calibro anche da 305, dissimulate in punti dominanti e difficili a controbattersi; tuttavia, appoggiate dal fuoco delle batterie, le nostre truppe riuscivano, con ripetuti assalti all'arma bianca, ad affacciarsi verso sera al ciglio delle prime posizioni nemiche”.

Ora mette veramente conto di parafrasare alquanto l'esposizione ufficiale, sulla scorta delle notizie che abbiamo potuto raccogliere da testimoni e partecipi del fatto, e con l'aiuto che una visione panoramica del campo ci porge. E giova risalire alcuni giorni più addietro di quelli cui si riferisce il comunicato.

Era dunque necessario anzitutto di passare il fiume, e di passarlo precisamente nel punto ove la curva ne è più rientrante; in quel punto esisteva un ponte e, infilato dalla strada che scende dal Corada, sboccava precisamente su Plava, al fondo di una stretta gola, tra pendii dirupati e ripidissimi, propizi a nascondere insidie d'ogni genere nei folti boschi che li coprono. E ivi il fiume scorre profondo e rapidissimo.

Ma il ponte era stato distrutto dal nemico nella sua prima ritirata. Allora nel far della notte del giorno 8, i nostri soldati mossero dal Corada e, fasciati gli zoccoli dei cavalli e dei muli e le ruote dei traini, scesero a valle tra il più profondo silenzio. Giunsero alla riva del fiume nel cuor della notte, i pontieri cominciarono con prodigiosa celerità la costruzione del ponte, per la quale s'erano portati tutti i materiali necessari: un battaglione di fanteria aveva accompagnato i pontieri e stava pronto sulla riva per proteggere l'operazione da ogni possibile offesa.

La notte passò senza offese e senza allarmi. Ma dieci metri di ponte mancavano ancora ai quaranta necessarii, quando l'alba rivelò al nemico l'opera cui i nostri erano intenti: e sull'opera cominciarono a piovere le granate che scoppiavano sulla riva o nel fiume, gli shrapnells che esplodendo in aria coprivano i lavoratori d'una grandine di palle. I danni non furono gravi; soltanto le prime barche del ponte incompiuto furono affondate da alcune schegge di granata. Ma il fuoco si faceva sempre più intenso, la fucileria s'aggiunse al tiro dei cannoni, e la fanteria nostra non poteva più pensare alla protezione del lavoro. Ostinarsi a continuarlo subito sarebbe stato uno sciupìo inutile di forze. Allora l'operazione fu sospesa, i pontieri e gli zappatori si ritirarono sulla riva destra del fiume, e s'unirono alla fanteria nella guardia del luogo, perchè quanto era già stato compiuto non fosse totalmente distrutto.

Il rimanente della giornata passò abbastanza tranquillo. Venuta la notte, che per fortuna era scurissima, furono anzitutto mandati di là dal fiume, per barca, duecento soldati con l'incarico di respingere le pattuglie nemiche che v'erano scese: vi arrivarono infatti, si precipitarono di sorpresa sulla guardia nemica, e la fecero prigioniera. Venuta l'alba mentre i pontieri continuavano la gettata del ponte, i duecento soldati si spinsero avanti e investirono audacemente gli avamposti nemici, che non se li aspettavano; li tennero così impegnati per tutto il giorno in una mischia furiosissima, senza mai dare indietro di un passo, fin che il ponte fu compiuto, e due battaglioni di fanteria poterono passare il fiume e attaccare l'altura che domina Plava, e che non ha nome; la segnano le carte militari con l'indicazione di quota 383, e con questa indicazione la ricorderà sempre la storia.

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Intanto il nemico dal sommo dell'altura contrattacca: i nostri due battaglioni respingono il contrattacco e si raccolgono sulla cresta. Il nemico contrattacca nuovamente dai fianchi, e quelli dei nostri ch'erano più in alto sono costretti a ripiegare, per non trovarsi isolati e inutilmente distrutti. Intanto altri soldati scendono dal Corada e passano il fiume.

Mezza giornata di vigile riposo, e nelle prime ore pomeridiane del 12 due reggimenti, e alcuni battaglioni cominciano a salire l'altura per un pendìo ripido e sdrucciolevole. Uno dei due reggimenti presso Palieno ingaggia una viva lotta di fucileria contro il nemico, intanto l'altro, che rappresenta il fianco sinistro dell'azione, si lancia alla baionetta in non meno di sette attacchi formidabili, i quali, con effetto dimostrativo, sforzano l'attenzione del nemico a distogliersi dalla nostra ala destra. Allora questa riesce ad avanzare, sotto gli shrapnells e contro il fuoco delle mitragliatrici. L'artiglieria ch'è al sommo allunga i tiri.