In una giornata sanguinosissima si riesce così, non tanto a procedere innanzi, quanto a logorare la forza radunata dal nemico sull'altura. Nei due giorni seguenti si gettano altri ponti e arrivano rinforzi sulla sinistra del fiume. All'alba del 15 tre reggimenti iniziano il secondo attacco alla quota 383, ed è quello di cui parla il comunicato che ho riprodotto. E fecero allora stretta conoscenza con le difese del nemico! Trinceramenti solidamente protetti, reticolati il cui filo di ferro era rafforzato da ferri a T e da due spranghe, attaccati a pali di ferro cementati nel terreno: in punti dominanti e quasi irraggiungibili artiglierie abilmente dissimulate e d'ogni calibro: v'era anche un 305. Ma buone batterie sostengono i nostri, e i nostri avanzano: il terreno li obbliga a una conversione che rende difficili i collegamenti; non importa: avanzano a ogni modo, ognuno per suo conto; la cima dovrà riunire tutti i vincitori. I soldati vanno avanti, ognuno, di proprio conto, senza bisogno di comandi; si lanciano all'arma che è la loro preferita, e in cui sono invincibili; l'arma bianca. E verso sera riescono ad affacciarsi al ciglio delle prime posizioni nemiche.

La notte dal 16 al 17, riposano nelle trincee conquistate, che fiancheggiano il monte.

Quel riposo ingannò provvidenzialmente i nemici.

All'alba del giorno appresso essi fecero i loro conti: gli italiani sono sulla cresta, che dalla cima scende verso sud-ovest, l'altro reggimento certamente è distrutto. E poichè il nostro reggimento di sinistra riprende l'attacco, essi lanciano tutte le forze rimaste loro contro di esso. Ma l'altro reggimento non era distrutto: s'era semplicemente riposato, e ora sopraggiunge inaspettato e impetuoso contro il fianco del nemico, lo urtò, lo penetrò, lo sconquassò. Il brevissimo tratto si sparse rapidissimamente di cadaveri d'austriaci; gli altri s'arresero, tranne pochissimi che fuggirono precipitosamente giù per la ripa settentrionale dell'altura.

Alle otto e mezzo del mattino del giorno 17, la quota 383 era nostra, Plava era libera dal suo dominio, e l'altura occupata, scendente giù con i suoi due costoni verso Palievo e verso l'Isonzo, costituiva una solidissima testa di ponte, da cui potrà cominciare a irradiarsi in tutti i sensi la nostra avanzata a ventaglio; portando di là dall'Isonzo grandi contingenti, che possono essere impiegati sia contro Tolmino sia contro Gorizia, oppure in una prosecuzione di azioni verso oriente quando quei due capisaldi della difesa austriaca sul medio e sul basso Isonzo fossero in nostro potere.

Anche di questa perdita, come di quelle delle posizioni su Plezzo e del Monte Nero, apparve subito al nemico l'importanza, tanto ch'esso tentò subito, in un attacco del 20, di riprenderla, e ritentò poi più volte, specialmente di notte, anche con lancio di bombe a mano, specialmente il 22 di giugno e il 17 di luglio, attacchi brevi, rapidamente respinti, senza alcun risultato.

Anche attorno a Plava la nostra occupazione si è consolidata in modo incrollabile, e rappresenta uno dei punti più importanti della travagliosa rettifica di confine che è il compito e l'effetto di questo primo periodo della nostra guerra.

Il Carso

Romans, 26 settembre.

Dal colle di Medea, fiorito di boschetti come un nitido recesso d'Arcadia, ci si scopre la zona tra l'Iudrio e l'Isonzo, davanti al grande e confuso rilievo lontano del Monte Nero che ci manda il suo ultimo saluto. Sono le colline del Collio: è una molle transizione tra le montagne e montagne che hanno accompagnato tutto il nostro viaggio sinora, e la pianura che da Gorizia, incurvandosi attorno al Carso, volge i nostri pensieri verso il mare imminente.