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Eccolo, il Carso fatale. Linee lunghe, curve lentissime, che pennelleggiano l'orizzonte di colori tepidi e morbidi. È il Carso veramente? Le Alpi Tridentine, le Dolomiti cadorine, i dirupi Carnici, il Monte Nero poderosissimo, s'intonavano più recisamente con la visione di forza, di lotta, di travaglio, di asprezza conquistatrice che quei nomi suscitano in noi. Ma il Carso sanguinoso, quello? Sono terrazze che invitano a salirvi per ammirare albe e tramonti. I rombi del cannone che le avvolgono sembrano anch'essi più miti, spari di feste campestri lontane. L'aria è lucida, gli alberi svettano sul colle, il cielo è virgineo d'azzurro e di candore.
Ma dal verde del terreno fioriscono scoppi improvvisi, nell'azzurro e nel candore del cielo sbocciano nebulette più azzurre e più candide di quello, e dipingono sul cielo una ghirlanda chiara che si chiude, si sposta, si rinnova: in mezzo alle nebulette appare un nero, non più che un punto, e s'abbassa, si dilata, si accende ferito dai raggi del sole, mette le ali. Gli scoppi degli shrapnells continuano a fiorire a festoni e ghirlande sotto l'areoplano, sotto i due areoplani che s'avvicinano a noi, in rote lente e larghe. Ora le nebulette dissolvendosi hanno diffuso una tenue nuvola chiara che il cielo assorbe nella cerulea infinità; e gli scoppi si fanno sempre più spessi, e gli areoplani s'allontanano, fuggono, scompaiono. Ma riportando lo sguardo a terra, giù nella piana, vediamo qua e là uscirne getti di fumo torbido. L'areoplano ha seminato qualche bomba per questi colti che non vorrebbero se non germi di piante benefiche, la vite il granturco l'ulivo il frutteto. Sono il Carso davvero quelle pendici tenere che tratteggiano l'orizzonte, il Carso fatale e sanguinoso, ove si combatte, si muore, si vince ora per ora travagliosamente la magnifica battaglia cui s'appunta la guerra lunga che per una serie ininterrotta ci ha accompagnati dallo Stelvio all'Adriatico.
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Non c'erano su questo suolo difese permanenti, ma strade, ferrovie, ponti: chiaro segno del concetto offensivo che covava nella mente dei nostri nemici durante gli anni penosi della maligna alleanza.
Pure non fu grande svantaggio per essi. La guerra moderna ha diminuito di molto, per non dire negato del tutto, il valore delle fortificazioni permanenti. Con le difese e i trinceramenti improvvisati che l'Austria ha stabilito su tutto il terreno, essa ci creò rapidamente condizioni durissime di lotta. Le complicate opere trincerate contro cui le nostre truppe s'imbatterono nella loro avanzata, erano veramente formidabili. Ma il passaggio dell'Isonzo sotto le prime pendici dell'altipiano, e la scalata loro, fecero subito dimenticare e parer lievi quelle prime difficoltà.
Di qua possiamo vedere la lunga schiena del Sabotino: dietro vi passa l'Isonzo, che discende tra il Sabotino e Monte San Gabriele. E riconosciamo anche il Podgora, ruvido e rossiccio, come l'hanno ridotto miriadi di granate distruggendo il bosco foltissimo che lo ricopriva. E il Monte Fortin, sentinella avanzata del Medio Isonzo verso il Carso. Presso Sagrado il fiume svolta nella pianura, ivi un canale ne deriva circondando torno torno tutto l'orlo del Carso fino a Monfalcone.
La cerchia più vicina a noi è costituita dai colli di Manzano, di Cormons, di Quarin, che ricollegano la pianura alla regione del Collio. Una pianura varia, accidentata, mossa, vivacissima di ciglioni, d'avvallamenti, di crespe; e la pianura continua sbalzando di là dall'Isonzo e insinuandosi nella vallata del Vippacco: vi biancheggiano Cormons, Subida, Capriva, San Lorenzo di Mossa, vi nereggia Lucinico arso: sporge, all'imbocco della valle, Gorizia.
Gorizia appare, in tutti i suoi particolari, una città fortificata dalla natura secondo le regole dell'arte. Un bastione a sinistra: il Podgora, con le alture che gli si accavallano intorno. Uno a destra: il Carso. La pianura intermedia fa da cortina, il tratto dell'Isonzo da fossato.
A nord di Gorizia le cime, rosse di lunga lotta, del Podgora del Sabotino del Monte Santo: solo quest'ultimo ci rimane ancora da prendere del tutto perchè uno dei due bastioni taccia. Dell'altro, il Carso, abbiamo occupato intiero il ciglio esteriore da Monte San Michele a Monfalcone. E ci troviamo di faccia al secondo, al Vallone, che domina Doberdò e Oppacchiasella.