Nei giorni dal 2 al 4 luglio ebbe luogo il compimento dell'azione su Castelnuovo.
Quando le nostre truppe arrivarono al castello da cui il costone prende il nome, una parte della pendice occidentale ne era rimasta tuttavia occupata dal nemico. Di mano in mano che arrivavano, i nostri erano decimati dall'artiglieria, dalla fucileria, dalle mitragliatrici; ma la sola cosa che li impensierisse era la difficoltà dei reticolati magnifici, fortissimi, tenuti da paletti di ferro cementati nella roccia. Li dovettero sfondare con l'artiglieria. Aperto così in essi un varco, i soldati vi irruppero dentro e presero un trincerone, che fu il punto di partenza di un'azione di rovescio sulle altre trincee. I nostri cannoni avevano sparato per quattro ore consecutive su tutto il fronte da Sagrado a Monfalcone. In tre colpi raggiungevano la trincea, rovesciandone il parapetto.
Verso la metà di luglio avvenne una nuova spinta offensiva: in una sanguinosa azione, compiuta con esemplare accordo tra la cavalleria e la fanteria, ben sei ordini di fortissime trincee furono presi; vi si fecero in quattro giorni quasi quattromila prigionieri oltre la cattura di mitragliatrici, fucili, munizioni. Nella notte del 22 il nemico ricevè grandi rinforzi e tentò un attacco disperato contro la nostra sinistra. Le nostre truppe di prima linea sostennero validamente l'urto finchè ricevettero a volta loro rinforzi; allora poterono, come diceva il comunicato relativo, “sferrare una vigorosa controffensiva che riuscì una vera rotta per l'avversario”. Il quale lasciò il suolo letteralmente coperto di cadaveri, e in mano nostra altri millecinquecento prigionieri. Qualche giorno di raccoglimento, e il 25 conquistiamo Bosco Cappuccio e alcuni trinceramenti della Selva di San Martino al Carso. E infieriamo contro il Monte dei Sei Busi, lo conquistiamo, lo perdiamo, lo riprendiamo; anche questo terreno è per noi nuovo: i boschi che lo ricoprono nascondono mille insidie. Dobbiamo proteggerci colle maschere dai gaz micidiali emanati dalle bombe e dalle granate asfissianti. Solo quando i nemici sono snidati tutti, uno per uno, alla baionetta, dai boschi, possiamo dire nostro il Monte dei Sei Busi. E anche questa volta la giornata finisce per noi con la cattura di oltre un migliaio e mezzo di prigionieri.
Il 27 la battaglia continua infocatissima: si conquista per breve il San Michele che domina tutto il primo tratto dell'altipiano, ma qui i tiri incrociati e violentissimi delle batterie multiple d'ogni calibro ci costringono a ripiegare; anche ripiegando, i nostri fecero più di mille prigionieri: erano quei soldati che dovevano tentare l'avvolgimento del San Michele da Rubia, e perciò vennero a scontrarsi coi nostri. Intanto al centro si procede alla baionetta verso la sella di San Martino: la sera si compie la conquista del Monte Sei Busi, lasciata interrotta tre giorni innanzi, con la cattura di più di tremila prigionieri, di cinque mitragliatrici e di molte altre armi, munizioni, viveri, materiale da guerra.
I giorni che seguono sono impiegati nel fortificare le posizioni conquistate, rettificando a nostro vantaggio la linea di schieramento con parziali conquiste di trincee. Poi comincia da parte nostra un periodo di difesa, perchè contro la nostra occupazione il nemico si accanisce, non solo con i cannoni e i fucili, ma anche con le bombe a mano, con getti di esplosivi dagli areoplani con tentativi di incendi dei boschi. La nostra vigilanza sventa ogni loro tentativo. Intanto ci prepariamo a proseguire l'avanzata contro la seconda linea del nemico, preparata ad oriente di quella che abbiamo già superata. L'attacco alla seconda linea comincia il 30 di luglio; il nostro centro comincia ad avanzare. Una breve sosta ci è imposta dall'attacco che il nemico porta la notte del 31 contro la nostra destra al monte dei Sei Busi, con truppe di Kaiserjager che distruggiamo quasi completamente. Grosse colonne nemiche marciano da Duino verso Doberdò: ma i nostri osservatori le scorgono, le nostre artiglierie le disperdono prima che siano giunte a rinforzare le truppe di linea e possiamo muovere alla offensiva, conquistare altre trincee, e intanto difenderci dalle azioni dimostrative che il nemico tenta contro l'ala sinistra, tenendo sempre per obiettivo la riconquista del monte Sei Busi e specialmente movendo contro il bosco del Cappuccio. Qua la nostra offensiva ci porta ad una brillante conquista parziale, quella del trincerone che domina lo sbocco orientale del bosco stesso e di qui gli accessi a San Martino del Carso. Col 7 di agosto siamo per un tratto traboccati oltre il primo ciglio dell'altipiano giù nel margine dell'avvallamento che scende verso Doberdò; nei giorni seguenti la nostra attenzione deve proteggere Monfalcone, contro cui il nemico accanisce con bombe incendiarie; il 26 di agosto occupiamo il bosco di San Martino che il nemico ha lasciato indifeso, e contro cui tenta un tardivo assalto furioso, che respingiamo volgendo in fuga gli assalitori, come respingiamo da tutte le posizioni carsiche tutti gli altri attacchi, specialmente notturni, pronunciati dal nemico con abbondante lancio di razzi luminosi.
Altra notevole avanzata si ha il giorno 4, specialmente verso la strada che conduce a Doberdò. E avanzare vuol dire salire verso una trincea sotto il fuoco; prenderla; appena presa accorgersi che a lato di quella, invisibile, n'era una trasversale dalla quale il nemico spara nella nostra infilata; arrestarsi a conquistare anche quella prima di procedere un poco più su; dilagare così, lenti, come un'acqua in un piano paludoso, in quella rete strana, irregolare, pazza, piena d'agguati, che gli austriaci con una magnifica preparazione hanno saputo stendere approfittando di tutti gli accidenti prodotti dall'erosione nel calcare dell'altipiano insidioso.
Il diciotto di settembre segna dell'impresa carsica un episodio importantissimo. Il nemico era rimasto annidato, e fortemente trincerato, come dappertutto, entro il bosco Ferro di Cavallo, ad occidente del San Michele. Alternando azioni di sorpresa con attacchi di viva forza, la nostra fanteria prese l'offensiva e poi mano mano dilagò per tutto il bosco.
Non le sole forze della fortificazione campale del nemico dovè vincere, ma anche la sua slealtà. Avvenne qui, com'era già avvenuto più volte altrove in questa guerra, che alcuni soldati simularono la resa alzando le mani inermi: quando i nostri, fiduciosi, furono loro vicinissimi, quelli si gettarono a terra e scoprirono dietro di sè un'altra fila a fucili spianati, che cominciò a sparare infernalmente sui nostri.
In questo modo si avanza su per il Carso. Il ciglio dell'altipiano non ha più pietre, e allora i ripari delle trincee si fanno con sacchi a terra. Non potendo interrarsi, si prosegue con fortificazioni di riporto, che disegnano un feroce labirinto di linee aspre su tutta la superficie del colle. E dappertutto siamo esposti agli sguardi del nemico. E dietro il San Michele, fino a Monfalcone, ci aspetta l'altra cresta, il Vallone, maravigliosa linea di arroccamento dei nostri nemici. Il Monte San Michele, che dovemmo riprendere tre volte, era un osservatorio da cui nessun punto del terreno poteva loro nascondersi.
Ora il nostro fronte segue, da Peteano a Monfalcone, tutto il primo orlo del Carso, e si affaccia al Vallone. E gli austriaci sfogano il loro rancore per la grave perdita con bombardamento in continuo contro Castelnuovo, punto obbligato di passaggio per i rifornimenti e le riserve.