Da Gradisca al mare
Grado, 21 settembre.
L'aspetto dei boschi bruciati, delle montagne sforacchiate, dei cocuzzoli arrossati dallo scoppio dei proiettili, delle campagne coltivate a paletti rigidi e a vaste stese di ferro, arate di trincee in cemento, non vi fa pensare al travolgimento di vite umane che ognuna di quelle scene rappresenta. Ma la dimora, anche di poche ore, in una città (per esempio di queste tra Cervignano e l'Isonzo) da cui gli abitanti sono tutti fuggiti, e il cannone e la mitragliatrice continuano a infierire contro le case e le strade, vi dà improvvisa al cuore la stretta che altri più violenti aspetti della guerra difficilmente riescono a darvi.
E man mano che procediamo verso l'oriente, per Villa Vicentina, e passiamo il Ponte di Pieris, e ci stendiamo più a nord verso Turriaco e Begliano, o più a sud verso San Canziano, la desolazione delle case crollate, delle chiese dimezzate, dei muri forati, dei rottami bruciacchiati, aumenta nella dolce piana su cui l'aria pare piover rose ad ogni alba e violette a ogni vespero. Procedendo, ci accostiamo a Gradisca.
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Gradisca la nitida, Gradisca la verde e candida, Gradisca la primaverile per eccellenza delle città, piena d'ombre di platani e d'ippocastani, ridente di giardini ospitali raccolti, così poco austriaca, così viva e gaia....
Gradisca è un cimitero; o qualche cosa di più triste: un cimitero da cui siano fuggiti anche i morti.
La popolazione è tutta fuggita, ai primi giorni, ai primi spari. Erano rimasti soltanto quattro vecchi paralitici. Dai letti dove il male li teneva immoti dovettero per più giorni sentire il rombo delle artiglierie, il miagolìo delle granate, il fischio della fucileria, il croscio delle case infrante. Poi, credo, qualcuno pietosamente li portò via.
Ora le case distrutte sono meno malinconiche delle case rimaste integre, piene di segni della vita intima che le animò fino all'ultima ora, ma vuote dei protagonisti di quella vita. Vie intatte, persiane socchiuse, usci spalancati precipitosamente nella fuga, e un silenzio mortale che percorre le vie, dilaga nelle piazze, fascia le case, penetra per i fori enormi aperti dalle granate, sale le scale, invade gelido e bianco le camere sfatte che non sanno più nè la veglia nè il sonno. Mi sono sorpreso a camminare in punta di piedi lungo un marciapiede, come se avessi temuto di svegliare la città fantasma.
Da un uscio semiaperto sono entrato in un caffè. C'era su un tavolino tutto un servizio pronto: i quattro pezzi di zucchero sul piattino mantenevano la disposizione architettonica che molte case della città hanno perduta; dovevano essere fuggiti nello stesso punto improvvisamente, sorpresi dal primo scroscio, l'avventore e il cameriere chino verso lui nell'atto di domandare: — Quanti pezzi? — Solo il cucchiaino era caduto a terra. E a terra era uno dei due o tre tavolini posti fuori del caffè nella via. L'avventore vi ha inciampato, il cameriere non s'è chinato a raccoglierlo.... Così la fantasia si esercita puerilmente a integrare le piccole scene. Nella bottega d'un sarto trovo un libretto con segnate le misure degli abiti da fare. Presso una misurazione c'è questa nota: “veronese con vestito grigio; persona sospetta, da tener d'occhio”. Ma, suprema malinconia, in una modesta stanza da pranzo, a un pian terreno, c'è sulla tavola una tazza di latte vuotata a mezzo e lì vicino un quaderno con un compito di calligrafia non finito, e una penna buttata sulla tavola. Il piccino aspettava che sonasse l'ora della scuola. E mi agghiaccia il pensiero che forse un'altra più solenne ora è sonata per lui, così piccolo.