M'imbatto in altri due ricordi, molto diversi, della vita che fu qui: il teatro e il penitenziario. Il teatro è stato sventrato da una granata. Sulla porta è una lapide ammonitrice: “Gradiscam condidere veneti”. Dentro, tutta la platea è intatta, con le poltroncine vuote, il sipario alzato, i palchetti in attesa. Qui recitò Eleonora Duse: al Municipio di Gradisca se ne trova ancora il documento, in questo manifesto:

“Teatro di Gradisca — Giovedì 27 marzo 1873 — Serata a beneficio della prima amorosa — Eleonora Duse — Idillio composto in 4 atti col titolo — Celeste — del gentil poeta Leopoldo Marenco”.

Nel penitenziario visito la orribile segreta ove languì Federico Confalonieri: tre metri quadrati; non più alta d'un uomo non alto, per finestra un quadratino ritagliato nell'uscio ferrato. I pavimenti delle celle, delle stanze, dei corridoi, delle scale, per tutto il penitenziario, sono una confusione enorme di carte, d'indumenti, d'oggetti d'ogni genere, gettati, calpestati, trascinati dal vento improvviso della fuga, perchè anche i reclusi nel momento della nostra occupazione furono lasciati fuggire.

Una via è chiusa da una mezza barricata. Attraverso una piazza ingombra di macerie e m'accorgo dal disegno del pavimento ch'era stata l'interno d'una casa.

Mentre i tiri delle artiglierie nostre e delle nemiche s'incrociano sul nostro capo, usciamo di tra le case, cerchiamo l'aria e la luce che non hanno fuggito la città colpita, che non si spaventano dello striscio delle granate e del fischio delle fucilate che ogni tanto le attraversano. Per i giardini ancora verdi e per i viali ampi cominciano a piovere le foglie gialle dei platani. Giriamo attorno le enormi buche dei trecentocinque, ripiene d'acqua. Qualche errabonda palla di fucile viene ad abbattersi sul marciapiede, qualche altra si schiaccia contro un muro in forme oscene; qualcuna ancora, più malinconica di tutte, sibila flebile tra il fogliame, rompe due o tre rami secchi. Viene a finire miserabilmente lacrimosa a' miei piedi. Non ha saputo trovarsi un posto nella vita attiva della guerra. Ogni tanto, in un prato o in un'aiuola d'uno di quei giardini, l'occhio è attirato da poche pietre disposte in bell'ordine con una certa ricerca architettonica. Sono tombe d'ufficiali. Subito di là da un cancello che chiude un viale si vedono le trincee che s'arrampicano su per il primo declivio del Carso.

E in questa desolazione può fiorire l'ironia. In un punto dei più battuti sorgono pochi alberi spelacchiati di tra una distesa di macerie, e misti a queste le reliquie, i rifiuti, gli avanzi di tutto ciò che serve alla vita quotidiana dell'uomo, dal libro alla sedia e dalla padella alla ruota; e tra quel miscuglio si sforza di sporgere qualche cima di cespuglio mal fiorito, a stento, storcendo il fusto esile per raggiungere di sbieco la luce. Ora, tutto questo è circondato da un cancello, e a sommo del cancello sta scritto che “si affidano le piante alla tutela del pubblico”. Quei cumuli di rottami hanno una vaga forma di aiuole.

E in questa desolazione può scoppiare il grottesco. Di tutta una casa non è rimasta che una striscia di muro, altissima, stretta, coi due margini bizzarramente frastagliati. Fu parete di vita domestica, e ora non è più nulla, isolata là in mezzo a un largo che fu strada, senza ufficio, senza effetto, esposta alle palle che ogni tanto vengono a colpirla e le cadono ai piedi come esauste: ma a quella striscia nuda di muro, all'altezza di quello che fu il terzo piano, è rimasta attaccata una lucida latrina all'inglese, e sta ancora lassù, fra terra e cielo, intatta: le palle di fucile la rispettano religiosamente; sembra che debbano rispettare quella sola.

Lascio Gradisca, battuta dal romore dei cannoni, dei fucili e delle mitragliatrici, con un'impressione di silenzio che mi pare non debba lasciarmi mai più.

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Ritrovo la vita in una piccola città luminosa la cui potenza fu enorme, ed è morta da molti secoli: una città che all'epoca romana aveva mezzo milione di abitanti; che Attila fece incendiare, e neroneggiò contemplandone l'incendio dal colle di Udine, o secondo altri da quello di Medea. Il suolo n'è inesauribilmente fertile dei ricordi d'una ricchissima vita oggi spenta; il suo nome ci risveglia immagini di grandezze romane, venete, italiche: voli d'aquile sui mari. Forse occorreva quest'immergersi nell'aura d'una italianità che ha radice nei secoli più lontani, per sentire anche più suasivamente la necessità della nostra guerra. I mosaici bizantini e le pitture trecentesche di Aquileia, la sua basilica e il suo museo, i ritratti di senatori romani e le pietre sepolcrali dei legionari, i miti pagani scolpiti nei bassorilievi e i monili delle matrone: come è veramente poco austriaco tutto questo! Dovè sentirlo la stessa Austria, che per farselo veramente suo asportò occultamente gli oggetti più preziosi del museo per internarli a Vienna: li asportò la notte del 28 aprile, proprio nel momento in cui, a quanto risulta dai libri diplomatici, sembravan meglio sul punto di riuscire i tentativi consacrati nell'indimenticabile “parecchio”.