— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli uomini è con ciò pienamente abolita.
Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:
— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla poltrona.
Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.
6. Convegno.
Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.
Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.
Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:
— Sono io, sì, sono Laura.
Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai, e dissi all'immagine: