Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:

— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le cose che qui ora ci vediamo intorno.

— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione forse io creando li servo.

— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno. Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me, quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.

— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.

— Dove andiamo?

— Non lontano.

Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo modo:

— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in fondo al mio studio laggiù.

A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i suoi palpiti.