5. La soglia.
Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina, avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera. Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.
La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:
A rivederci per una volta ancora.
Laura.
E partii.
Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me, dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole spavento. Mi voltai.
— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. — Bravo. Venga con me.
Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti — e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:
— Andiamo a far colazione.