Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:
— Tu!...
— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.
— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo simulacro d'uomo ti vede?
— Non so, è merito suo: non offenderlo.
L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:
— E questo signore?
— È il mio Dàimone.
— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità.
E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso, soddisfatto del dovere compiuto.