5. Metafisico.

Io gridai al Dàimone:

— Voglio vederti anch'io, perdio!

— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.

— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per terra.

— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un uomo d'azione.

— E io sono un uomo d'azione!

— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una ignobile invidia.

Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:

— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente e inattiva del nulla.